Fabio Specchiulli

PER UNA VISIONE E UNA PRATICA UMANA DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

PER UNA VISIONE e UNA PRATICA UMANA DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

Per quanto voi vi crediate assolti
Siete per sempre coinvolti (F. De Andrè)


Scrivendo questo articolo ho intenzione di realizzare due desideri e di raggiungere un obiettivo.
Il primo desiderio è fare chiarezza sulle azioni che a mio avviso può svolgere lo psicologo dentro e fuori le cliniche di fecondazione assistita; l’altro è iniziare a diffondere, anche per questa tematica così intima e delicata, la cultura del ‘prendersi cura’ intesa come la possibilità di momenti in cui importanza primaria viene data alla “relazione empatica tra operatore e coppia”.
Da questo punto di vista, penso alla costruzione di spazi per un’accoglienza emotiva che parta fin dal primo momento in cui una coppia entra in una clinica di PMA, che continui durante tutto l’eventuale percorso e termini solo quando la porta si chiude alle spalle.
Con un unico obiettivo, aiutare le persone a ridarsi dignità.
Per fare questo occorre l’assunzione di responsabilità degli psicologi e psicoterapeuti, dei medici, dello Stato e non ultimo dei pazienti. Ecco a cosa possiamo aspirare.
Come psicologo e psicoterapeuta voglio diffondere anche politicamente e istituzionalmente la cultura del ‘prendersi cura’ della Fertilità, dell’IN-Fertilità e dei percorsi di fecondazione assistita, condizioni esistenziali che danno pene non indifferenti per l’anima umana e di cui ancora oggi non ci prendiamo cura abbastanza. Voglio io stesso conoscere nuove strade da proporre per migliorare le esistenze coinvolte ed insieme ad altri colleghi fare rete per essere ancora più incisivi. Mi preme rivendicare la visione olistica dell’essere umano che oltre a puntare al risultato della ‘cura’, pone l’importanza sul ‘come’ questa viene proposta e somministrata; in più, il ‘come’ diventa parte fondamentale per la riuscita della ‘cura’ stessa. Voglio apprendere nozioni mediche della materia in modo tale da comprendere davvero il contesto in cui mi trovo ad adoperare senza innalzarmi a conoscitore della mente umana, ma piuttosto abbassandomi accompagnando il paziente, il medico e tutta l’equipe nella co-costruzione di strade percorribili per una migliore qualità di vita. Voglio portare alla luce tutte quelle ricerche che mettono insieme la psicologia, la medicina, l’endocrinologia, la fisiologia e di come un certo tipo di psicoterapia può non solo sostenere momenti di ansia e stress, ma affiancare il vero e proprio processo di ‘cura’ della persona e quindi anche della sua condizione di infertilità.
Come medico, mi impegno a dare più attenzione alla persona oltre che alla terapia, per creare fiducia con i pazienti, ridurre i drop-out e quindi aumentare le possibilità di cura, e diminuire i conflitti le denunce, per migliorare la qualità di vita all’interno della clinica con i pazienti e i colleghi d’equipe. Da questo punto di vista, posso anche far finta di non vedere, ma senza scomodare alcuna ricerca tra l’altro esistente, mi basta andare su un qualsiasi forum che tratta il tema per rendermi conto della sfiducia che la maggior parte dei pazienti ha nei confronti dei centri di PMA, visti da un lato come gli unici che possono aiutarli a realizzare un sogno e al tempo stesso come catene di montaggio, venditori di sogni. Se poi invece mi faccio forte dell’idea che sono indispensabile al paziente, e che questo mi permette di comportarmi come mi pare, allora posso anche fare a meno di tutto questo discorso. Voglio incuriosirmi per guardare alle altre strade percorribili in modo tale che le persone non siano solo gameti competenti, bensì complessi sistemi fatti di carne, mente, cervello, emozioni, relazioni.
Come Stato ho il dovere di tutelare la salute delle persone che in me dovrebbero trovare un abbraccio paterno. Ho il dovere di conoscere meticolosamente come si svolge la quotidianità di una persona, di una coppia che affronta la condizione esistenziale dell’IN-Fertilità, e di impegnarmi affinché questa sia vissuta nel migliore dei modi possibili per la propria salute, dei propri cari e della comunità. Per fare questo ho uno strumento potentissimo, le leggi. Se solo volessi potrei davvero cambiare il corso degli eventi.
Come paziente, ho il diritto di riprendermi appunto la dignità di essere umano e lasciare andare la sensazione di essere trattato come una macchina difettosa da aggiustare. In un certo modo, in quanto spesso acquirente di una cura voglio pretendere la qualità dei servizi alla Persona oltre che alla patologia e che questi non siano più legati solo a tecnicismi di laboratorio. Voglio pretendere di essere accolto nella mia meravigliosa complessità, perplessità, fragilità, paura, tristezza, rabbia, agitazione senza che nessuno mi dica cosa è giusto o non è giusto fare, senza nessuno che mi faccia sentire un ficcanaso o un presuntuoso perché faccio domande sulle terapie. Semplicemente voglio essere ascoltato e non giudicato. Voglio incontrare persone che possano dedicarmi tempo per capire meglio, per avere più chiara la condizione in cui mi trovo e che mi spieghino tutte le strade percorribili e non solo quelle che fanno perdere meno tempo agli operatori. Come paziente voglio riprendermi me stesso e sentirmi parte attiva di scelte per il mio corpo, la mia mente e la mia salute, perché se da un lato le cliniche sono indispensabili per la realizzazione del mio sogno, dall’altro è importante che si adeguino vista la quantità e la qualità di offerta.
Voglio potermi assumere la responsabilità per la mia vita.
Tutto questo ad oggi è praticamente inesistente.
I medici non hanno né il tempo, né le competenze per poter accogliere i pazienti nei loro vissuti emotivi e psicologici. Giustamente sono impegnati nel lavoro di ricerca per personalizzare le terapie e negli interventi che giornalmente li vedono in prima linea. Allo stesso modo le infermiere e le ostetriche, sono impegnate in altre mansioni.
Anche se la legge obbliga la presenza di uno psicologo all’interno dell’equipe della clinica che si occupa di infertilità e fecondazione assistita, in realtà questa figura resta sullo sfondo, perlopiù assente nel centro, ed emerge spesso solo nel momento in cui ne viene fatta esplicita richiesta dalla coppia che il più delle volte nemmeno conosce cosa fa uno psicologo/psicoterapeuta e come potrebbe aiutare. Ci si limita ad inserirla nel sito o su un foglio nelle sale di aspetto. Addirittura, a volte, i pazienti ricevono una chiamata da un professionista che non hanno mai visto né conosciuto.
Lo Stato allo stesso modo, da un lato riconosce l’importanza della figura dello psicologo ma dall’altro non obbliga alle cliniche di averne uno in equipe. Ed è così per la scuola, per gli asili e per tante altre realtà che poi esplodono e di cui ogni giorno sentiamo parlare sui media.
La figura dello psicologo ad oggi è vista e conosciuta sia dai pazienti ma anche da molti medici e psicologi stessi solo ed esclusivamente come sostegno psicologico o psicoterapia per affrontare l’ansia e lo stress e quindi come supporto fuori dalla clinica. Ed è per questo forse che risulta essere inesistente nel centro durante tutti gli altri importanti step del percorso, caratterizzati comunque dall’impegno fisico, emotivo e psicologico.
Di seguito dunque cerco di riportare la mia idea sulla figura dello psicologo e dello psicoterapeuta sia dentro che fuori una qualsiasi clinica, e sulle azioni che questi possono svolgere per migliorare la qualità di vita dell’ambiente di lavoro, dei pazienti, dei medici e di tutta l’equipe. Mi preme sottolineare che tutto ciò che sto scrivendo è frutto di un’esperienza realmente vissuta in una clinica che si occupa di procreazione medicalmente assistita. Esperienza che ha riscosso l’entusiasmo dei pazienti e della stessa equipe medica e amministrativa.

FASI E AZIONI DELLO PSICOLOGO DENTRO E FUORI DALLE CLINICHE PER LA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

PRIMO COLLOQUIO (dentro la clinica)
Di solito una coppia arriva in un centro per la procreazione medicalmente assistita inviata dal ginecologo di fiducia il quale, dopo un periodo che va da un anno ai due, non essendo riuscito ad aiutarli ad avere una gravidanza, gli consiglia di contattare esperti della materia.
Questo è il primo momento delicato e molti dati riferiscono il 25% dei drop out (abbandono del percorso) dovuti proprio alla mancanza di una relazione soddisfacente e di una comunicazione efficace tra i pazienti e il medico, vissuto come distaccato, poco empatico e con l’attenzione rivolta esclusivamente agli aspetti tecnici. In più, molte coppie riferiscono la sensazione di non sentirsi parte attiva di un processo, poiché raramente viene data loro la possibilità di esprimere pensieri riguardo a ciò che viene comunicato.
Molti pazienti inoltre riferiscono di non sentirsi accolti nelle manifestazioni emotive, spesso caratterizzate in questa prima fase da shock e rabbia.
In questo primo step sono tante le informazioni che vengono date, ma qualcosa sembra non funzionare nel modo in cui vengono date poiché non sempre la coppia lascia il centro con l’impressione di aver compreso.
Molte informazioni date in modo frettoloso generano confusione.
Spesso non si ha il tempo per ascoltare le storie delle persone e queste si riducono ad essere il loro problema, nella fattispecie, gameti, ovaie, uteri, tube, testicoli.
Durante il primo colloquio dentro la clinica la figura dello psicologo e/o dello psicoterapeuta che attraverso lo studio e la ricerca ha maturato conoscenze tecniche e pratiche delle problematiche di medicina della riproduzione può avere una doppia funzione: da un lato affiancare il medico e gli altri membri dell’equipe, aiutandoli a sviluppare competenze per una comunicazione empatica aggiungendole alle già presenti competenze mediche e tecniche, per umanizzare il luogo di lavoro e il rapporto tra medici e pazienti; dall’altro risponde prontamente sia ai bisogni pratici, emotivi, psicologici e relazionali della donna, dell’uomo e della coppia durante le fasi “critiche” del percorso.
Esperienze di tanti anni nella gestione dei centri di fecondazione assistita, infatti, hanno messo in evidenza che la personalizzazione dei trattamenti non va fatta solo aggiustando la stimolazione o certe procedure di laboratorio. La personalizzazione nasce anzitutto dalla comprensione delle soggettività, quindi della diversità di ogni paziente e dei bisogni che ne conseguono.
Ma come facciamo a conoscere la soggettività di una persona se non la ascoltiamo? Se non sappiamo come questa condizione ha influito sulla sua vita, su se stessa, sulla relazione con il partner e sulle sue relazioni sociali?
Può essere una figura di riferimento da questo momento in poi alla quale fare domande e chiedere chiarimenti in qualsiasi momento.
Di certo, nel contesto della clinica e/o del centro, non fa psicoterapia.

PICK UP (dentro la clinica)
Il pick up è un altro momento molto delicato all’interno del percorso. È il momento in cui vengono prelevati gli ovociti dalla donna e l’uomo raccoglie il proprio liquido seminale. È un momento di forte agitazione e paura sia per l’intervento che la donna deve fare, sia per la speranza di trovare un numero sufficiente di ‘gameti competenti’ da poter fecondare e per fecondare. Molto spesso gli uomini non riescono a fare la raccolta del liquido seminale e si guardano attorno cercando qualcuno con cui confrontarsi. In questo momento il medico non ha il tempo materiale per ascoltare paure, dubbi, domande, perplessità, incertezze. Il medico in questo momento è in sala operatoria insieme all’ostetrica. Allo stesso modo il biologo. In più, se tutto va bene, la coppia dovrà anche decidere quanti eventuali embrioni trasferire in utero. Questo è solo uno dei momenti in cui la coppia si ritrova sola nella sala di aspetto con una serie di domande che non trovano risposta. Lo psicologo potrebbe essere lì, una persona e un professionista che hanno conosciuto al primo colloquio alla quale potersi appoggiare.

TRANSFER e POST TRANSFER (dentro la clinica)
Anche il transfer è un momento molto delicato del percorso. È il momento in cui gli embrioni vengono trasferiti nell’ambiente uterino nella speranza che avvenga l’impianto e inizi la gravidanza. Questo è il momento in cui emerge nella donna la paura che tutto possa svanire e che questo possa dipendere da comportamenti sbagliati. Se fino a quel momento la coppia ha potuto avere il controllo della situazione attraverso monitoraggi e terapie, da questo momento e per i prossimi 14 giorni la tecnica non ha più potere. Il medico è sempre in sala operatoria e ha davvero poco tempo per accogliere i vissuti emotivi della coppia perlopiù caratterizzati da speranza e angoscia. È il momento in cui i forum sul tema hanno più visualizzazioni. Bisogna riempire il tempo dell’attesa che diventa lento e infinito. Lo psicologo può aiutare la donna e la coppia nel rispondere alle domande e nel creare spazi di condivisione emotiva. Può insegnare tecniche di respirazione che vadano ad alimentare rilassamento e distensione muscolare.

COLLOQUIO DOPO IL RISULTATO DELLE BETA NEGATIVE (dentro la clinica)
Poche parole. Incontrare la coppia in clinica dopo il risultato negativo delle beta. Questo ci dice che non è in corso alcuna gravidanza.

SOSTEGNO PSICOLOGICO E PSICOTERAPIA (fuori la clinica)
Anche in questo caso è stato scritto e ho scritto tanto. L’essere umano non è il risultato della divisione tra mente e corpo, bensì un complesso sistema di parti che si influenza reciprocamente. La psicoterapia può essere uno strumento importante sia per prevenire, sia per sostenere, sia per curare le persone dalla loro condizione esistenziale dell’IN-Fertilità.
Per saperne di più e conoscere la mia visione potete visitare il mio sito.
www.fabiospecchiulli.it

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell’infertilità

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IN-Fertilità e Psicoterapia della Gestalt. Fioriscono vuoti dalla malinconia

Mi trovo davanti ad un foglio bianco, ora.
Rileggo la frase appena scritta, muovo le dita del piede destro, con la mano sinistra mi tocco la barba. Il respiro di tanto in tanto è intervallato da un profondo sospiro. Il corpo un po' pesante, mi dico che sono stanco, sento un po' di paura e agitazione per situazioni da affrontare e al tempo stesso eccitazione, voglio continuare a scrivere.
Chiudo gli occhi e pongo l’attenzione sui suoni che mi circondano. Il vento, è forte mi dico, arriva una immagine. Un lungo ponte in balia di questa naturale forza, ed io che mi aggrappo da una parte e dall’altra e giù il mare e lentamente, un passo dopo l’altro arrivo sulla terra ferma.
Non mi chiedo perché. Lascio che succeda, piuttosto descrivo ciò che sento, immagino e penso.
Mi concedo il diritto di esistere così come sto, con paura, agitazione, eccitazione, tristezza, ora.
Non mi chiedo perché e così facendo ogni sensazione, emozione, pensiero, immagine via via si fa più debole fino a svanire. E tutto si tras-forma.

Impegnativo mi dirai.
Si, molto impegnativo e al tempo stesso semplice se ci si abitua.
Perché di abitudine stiamo parlando.
Abbiamo imparato per molto tempo a dirci “così non vai bene”, “devi reagire”, “chi si ferma è perduto”, “ci pensi troppo”, “devi pensare positivo”, “sei troppo negativa”.
E ci siamo abituati.
Ora se vogliamo possiamo abituarci ad altro e cioè a creare vuoto. A lasciare che tutto emerga così com’è, senza imporsi di dover spingere il fiume controcorrente.

E perché allora non lo facciamo?
Perché il vuoto fa paura. Perché ci siamo convinti che il vuoto vada riempito con cose belle, giuste e piacevoli. Perché crediamo che il vuoto abbia a che fare con il nero, con la perdita di tempo, con la sconfitta.
E se invece aspettiamo che dal vuoto emerga qualcosa, che cosa accade?
Forse la parte più sana di noi, quella che lentamente parte dalla pancia, passa dal cuore per arrivare alla testa si sentirebbe vista e avrebbe un po' di voce per farsi ascoltare.
Quella parte di noi che teniamo sempre sotto cumuli di controllo giudicante inizierebbe a reagire e a farci sentire un po' più vivi.
Bisogni, desideri, sogni, incubi, pene, fantasie, malesseri, gioie, massi sulla pancia, amaro ingoiato, vissuti passati, dimenticati dalla mente e scritti sul corpo.
Diventeremmo finalmente Persona alla quale dare la possibilità di esistere.
Certo può fare anche male, ma meglio sentire il male e costruire strade per starci nel migliore modo possibile invece che non respirare e fingere di essere vivi.
È questa la strada giusta? No, è la propria strada. Ed ognuno ha la sua.
L’unica che può chiarire la via.

Perché vedete, in realtà siamo fatti di vuoto.
Tra un atomo e l’altro c’è il vuoto.
Tra una cellula e l’altra c’è il vuoto.
Il vuoto c’è tra due pensieri.
Come farei a vedere altro da me se non ci fosse il vuoto?
Come può crescere una pianta se davanti a sé non trova il vuoto?
Come potrebbe un pittore dare forma e colore alle sue immagini se non avesse un foglio bianco?
Come potrebbe un uccello volare se non ci fosse vuoto?
Come potrebbe nascere un bimbo, se davanti alla sua testa non ci fosse il vuoto?

Il problema dunque non è il vuoto. Esso esiste di per sé.
Il problema è che i vuoti possono essere fertili, IN-fertili e sterili.
Chi può dirlo? Solo tu e ognuno per se stesso, poiché la fertilità o meno di un vuoto ha a che fare con ciò che vogliamo ed accettiamo di ricevere da quel vuoto.
La fertilità è data dai bisogni e dalle intenzioni. Ha a che fare con il tendere verso e non con il pretendere cose.
Ma se non sperimentiamo l’esperienza del vuoto, come facciamo a vedere i nostri bisogni e le nostre intenzioni?

I vuoti non sono immobili e definitivi.
Dipende da cosa ci facciamo con ciò che emerge ed è proprio questo diverso e creativo fare che può trasformare un vuoto sterile, in uno IN-Fertile e Fertile.
Dipende da quello che proviamo dopo aver fatto qualcosa. Se è piacevole o spiacevole.
Si tratta dunque di ri-prendersi il propri vuoti vedendoli come un’opportunità per sé.
Si tratta di fare vuoto per accogliere se stessi e altro da sé.
Si tratta di stare nel vuoto dell’attesa, nel vuoto della coppia, nel vuoto tra una visita e l’altra, nel vuoto scevro da tutte le aspettative che ci siamo creati su di noi, sugli altri e sulla nostra esistenza.
Si tratta di fare vuoto delle aspettative che gli altri hanno riposto su di noi.
Perché né io, né tu siamo al mondo per soddisfare le aspettative dell’altro.

Per sperare si, perché possano fiorire vuoti dalla malinconia.

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Infertilità e in-Fertilità. Oltre la gabbia delle parole

“Come mai sei qui?
Sono infertile.
Cioè?
Non riesco ad avere figli.
E quindi?
Mi sento angosciata e arrabbiata, sola.
Se ti va, parlami della tua angoscia, per me è molto più interessante di quella che chiami infertilità.”

Le parole sono importanti. Sono molto di più di un’accozzaglia di lettere, perché se pure fossero solo una banale disposizione di lettere, una accanto all’altra, questa non sarebbe così banale, bensì meticolosa e puntuale.

Le parole sono importanti. Sono molto di più di una banale, meticolosa e puntuale disposizione di lettere una accanto all’altra. Le parole sono suono, tempo, melodia, ritmo, pause.
Le parole sono universi sonori dentro i quali si nascondono esistenze che spesso hanno perso parole per essere raccontate.
Vedi allora, le parole sono molto di più di un'accozzaglia di lettere, eppure le trattiamo con sufficienza e le usiamo maldestramente, non curanti delle conseguenze che possono provocare.

Perché vedete, non si tratta di elargire dolori o gioie. Sia nell’uno che nell’altro caso, le parole non sono petali leggeri che lentamente scendono sulla terra. Le parole sono piuttosto pietre che arrivano e colpiscono dritto il corpo, il cuore, la carne di chi se le vede arrivare in faccia.
Le parole sono come schiaffi per chi le ascolta. E come pietre lasciano un solco, un peso nella memoria.
Le parole colpiscono così forte che ci penetrano, e noi a volte ci identifichiamo nel loro limitato significato fino a diventare proprio quel significato.
Un’infinità di possibili comportamenti diventano quella parola, o meglio il significato che abbiamo dato a quella parola.
Un’intera, complessa e meravigliosa Persona diventa una parola mal pronunciata da chissà chi.

Un giorno qualcuno ti dice che sei infertile o addirittura sterile.
Ti chiedono una isteroscopia per vedere il tuo utero o un esame per verificare la funzionalità delle tube e ancor prima di sapere, così per prevenzione, sul foglio di accettazione c’è scritto “causa sterilità”.
Perfino il portiere in ospedale sa che le “donne infertili” vanno al secondo piano, magari accanto al reparto maternità.
Diventi un numero nelle sale d’aspetto perché non si può dire che si hanno difficoltà a restare incinti e quando arriva il proprio turno si sente una voce squillante che grida: “coppia numero due!”

E tu ti domandi, “cosa vuol dire infertile? Che non potrò avere mai figli? Che il mio corpo fa schifo? Che sono difettosa? Che non funziono bene? Che non sono degna di essere madre? Che le mie ovaie sono marce? Che non produco ovuli buoni? Che il mio utero è vecchio, spinoso e malconcio? Che ho solo 35 anni ma sono già in menopausa? Che il mio compagno ha pochi spermatozoi lenti e deformati, o non ne ha proprio, che sono talmente stressata che non riesco a concepire? Che ho problemi endocrinologici? Che ho un problema con il mio partner? Che soffro di vaginismo? Che il mio partner soffre di disfunzione erettile o da mancata eiaculazione? Cosa vuol dire?”

Niente di tutto questo o forse tutto questo ma non importa.

Infertile è una parola usata per riassumere in breve complessi fenomeni che succedono in una persona, in relazione con se stessa, con il proprio mondo emotivo, con le proprie credenze e contraddizioni inaccettate e spesso implicite, con il partner, con il mondo, con la sua storia familiare e con il suo contesto sociale e culturale in un determinato momento della sua vita.
Un riassunto che condanna, una menomazione, un’intera esistenza che improvvisamente, da un momento all’altro risucchia le persone nel vortice della diversità.
Infertilità è una parola che blocca, che non dà la possibilità di vedere vie d’uscita.
Infertile è una condanna dettata da chi la usa per mancanza di tempo.


E inizi a cercare le risposte che arrivano vaghe, probabili, senza certezza alcuna. L’unica certezza è che SEI INFERTILE, e da quel giorno inizi a costruire la tua quotidianità attorno a questa parola è così lentamente, diventi quella parola.
Ti identifichi talmente tanto che alla domanda: “chi sei?” vedi un’unica risposta possibile: “sono Giovanna e sono infertile”.

Ed è così che ti senti, vuota, come la terra secca dal quale non possono nascere fiori. Spenta, come l’inverno che non può dare luce. Stanca, in continua lotta contro te stessa. E ti rifiuti, e spesso rifiuti chi ti circonda, costruendo giorno dopo giorno la tua vita attorno al significato che hanno dato e dai a questa maledetta parola.
Fino al punto che ti senti prosciugata di ogni tipo di energia. Fino al punto che tu pianta non hai più acqua da attingere e appassisci.

Le parole sono importanti, e a volte un piccolo trattino tra “in” e “fertilità”, può cambiare le cose.
In-Fertilità e cioè verso la fertilità, verso una nuova forza generatrice, verso la costruzione del proprio percorso esistenziale. Una nuova parola che crea movimento, che richiama alla responsabilità del proprio esistere e cioè della costruzione di nuove abilità per rispondere agli eventi della vita che non sempre sono piacevoli.
In-Fertilità come una storia da scrivere e ri-scrivere, dove il viaggio acquista più valore della meta, dove non esiste una meta finale ma tante piccolissime mete delle quali fare tesoro.
Come persone uniche, speciali ed irripetibili. Da celebrare.
Questo è quello in cui credo come Persona. Come psicoterapeuta della Gestalt è quello che cerco di fare quando qualcuno mi chiede aiuto.
Una nuova prospettiva, infinita trasform-azione creativa intesa come azioni che trasformano una quotidianità vuota in un vuoto che si fertilizza di possibilità.

Le parole sono importanti, talmente importanti che a volte per incuria di qualcuno, diventano un’accozzaglia di lettere capaci di dirigere il destino delle persone.
Come sempre sta a noi scegliere dove vogliamo andare, come e con chi.

E allora buona strada ad ognuno lungo il cammino impegnativo della propria in-Fertilità.

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell’in-fertilità

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Come agisce lo stress nelle terapie mediche dell'infertilità

Di seguito riporto un breve articolo scritto dal Prof. Claudio Manna, ricercatore dell'Università di Roma Tor Vergata, medico esperto in medicina della riproduzione. Per quanto mi riguarda, è importante ascoltare la sua voce, poichè non psicologo bensì medico che parla degli aspetti emotivi e psicologici e di come questi possono influire sulla fertilità. 

Nella mia lunga carriera ed esperienza di ginecologo esperto in infertilità e riproduzione assistita ho imparato a vedere il problema delle coppie infertili in modo più vasto di come le lezioni all’Università (nella quale peraltro insegno) ed i libri mi hanno insegnato. Infatti ad un certo punto vedevo che non sempre le cose andavano come esami ed analisi mi facevano prevedere. A volte la gravidanza arrivava in tempi e modi inaspettati oppure non arrivava quando con le terapie che mi sembravano più appropriate non accadeva nulla. Ho cominciato a sospettare che nelle persone ci fosse dell’altro di non misurabile né valutabile con gli strumenti della medicina anche la più tecnologica.
Ed infatti la gravidanza giungeva a volte durante l’estate prima che si iniziasse il ciclo di Fecondazione assistita programmato a settembre oppure dopo aver trasferito in utero degli embrioni bellissimi non accadeva nulla. La stessa paziente invece restava in gravidanza al 2° o al 3° tentativo proprio quando ormai si era rassegnata alla possibilità di non riuscire. Un’atteggiamento diverso rispetto al primo tentativo in cui magari lei era sicura di farcela.
Allora cominciavo a capire che c’era qualcosa di più che io non vedevo e che poteva influire in modo determinante in certi casi. Infatti è noto che in certe situazioni stressanti l’ovulazione non si verifica perché la corteccia celebrale è collegata da neurormoni all’ipofisi che secerne gli ormoni della riproduzione. Così si verifica un blocco all’espressione dei segnali ormonali giusti per avviare il meccanismo ciclico che può portare all’ovulazione. Bisogna dire che anche l’endometrio è collegato tramite tanti ormoni, fattori di crescita e citochine al resto del corpo compreso il sistema nervoso. Non ci deve sorprendere allora che in diversi casi non si verifica l’impianto di embrioni che sembrano perfetti.
Non dimentichiamo infatti che l’Infertilità inspiegata riguarda circa il 15% delle coppie e che in almeno il 50% della poliabortività la causa è sconosciuta .
Perciò da tanto tempo ormai nella mia pratica professionale ed in quella della mia equipe l’aspetto psicologico ha un ruolo fondamentale e spesso determinante grazie anche all’aiuto di validi professionisti psicologi e psicoterapeuti esperti in infertilità.
A mio avviso la personalizzazione delle terapie non riguarda solo la scelta del protocollo di stimolazione più adatto alla singola paziente ma anche la valutazione e la cura degli aspetti psicologici dell’infertilità devono esser molto individualizzati.
Entrambe le cose non possono essere fatte da un qualsiasi ginecologo o psicologo ma da professionisti con grande esperienza nel settore dell’infertilità, e da persone convinte che il successo derivi da un lavoro di equipe.

Prof. Claudio Manna
Ricercatore Università di Roma Tor Vergata
Direttore del centro “BIOFERTILITY” di infertilità e Fecondazione Assistita

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La mia lettera a babbo Natale!

Caro Babbo Natale l’ultima volta che ti ho scritto è stato quattro anni fa. Nel frattempo nel mondo sono iniziate e finite e iniziate tante guerre, i ricchi sono sempre più ricchi ma ormai due mani sono troppe per contarli, e i poveri sono sempre più poveri e non gli resta che attaccarsi, con le mani. Ultimamente sta spopolando un gruppo che si chiama ISIS, questi qua dicono che sono mussulmani ma di quelli cattivi cattivi e stanno creando il panico per mettere contro i popoli. Intanto l’America, la Russia e via via gli stati cagnolini continuano a bombardare, ma questa tanto non è una novità. Alla fine chi ci lascia le penne sono sempre quelli che non c’entrano niente. In giro, si fa la guerra per qualsiasi minchiata, sembra quasi che tutti cerchino la scusa per scannarsi. Ora c’è un Papa che si fa chiamare Francesco, lui piace a tantissima gente, pure a quelli che stanno in carcere e a chi non crede, manca poco che piace pure all’ISIS perché dice che c’è bisogno di una chiesa povera. Infatti piace a tutti, meno che ai padroni della chiesa. Sta di fatto che l’amore tra persone dello stesso sesso non è ancora riconosciuto dallo stato. Io intanto mi sono sposato ed è nato pure un figlio. Sono diventato psicoterapeuta e la cosa più preziosa che ho imparato è che la serenità bisogna proprio sudarsela perché oltre al mondo e agli altri, ciò che davvero ci ostacola siamo noi stessi che spesso ci vogliamo tanto male e facciamo cose che non ci fanno stare bene. Perché ti scrivo? Perché proprio quest’anno? Perché dopo quattro anni penso di aver bisogno ancora del tuo aiuto. Innanzitutto, spero che tu e le tue renne stiate bene e che almeno dalle tue parti la neve scenda, perché qui, in Italia, così come nel 2011 fa ancora tanto caldo e credo avrai bisogno di una barca per consegnare i regali, ci sono 17° gradi. Se non trovi la barca, puoi sempre chiedere a qualche trafficante di uomini di accompagnarti.

Venendo al dunque, ti faccio la lista delle cose che voglio regalate da te.

1. Uno specchio affinché tutte le mattine io possa guardare la mia immagine e rendermi conto di tutte le ombre che mi appartengono, un po' di impegno per essere un uomo migliore per me e per le persone a cui voglio bene.
2. Per fare ciò mi serve qualche chilo di “responsabilità” rispetto a ciò che sento e voglio.
3. Poi non guasterebbero un paio di chili di “impegno” affinché io possa “fare” ciò che voglio.
4. Un palato nuovo per gustare quello che sarà il risultato delle mie azioni.
5. Due paia di scarpe buone, uno per tutti i giorni e l'altro per farci sport, affinché non mi venga la smania di comprarne 200 paia ad un prezzo basso, riempiendo la mia casa di plastica e materiali tossici, giusto per sfoggiare scarpe nuove ogni giorno.
6. Voglio regalata da te la facoltà di spegnere la luce quando non mi serve e magari di stare anche un po' al buio quando posso; non si sa mai riacquisto pure una vista migliore.
7. Ancora voglio regalata da te la facoltà di chiudere il rubinetto dell'acqua tutte le volte in cui l'acqua non mi serve.
8. Tre coperte pesanti ed un corpo con il quale stringermi e magari i riscaldamenti più di tanto non servono.
9. Una bici comoda e la promessa di usarla.
10. Tre grandi buste per poter andare a fare la spesa e qualche contenitore riciclabile. Una voce squillante che stimoli il commerciante a vendere alimenti sfusi.
11. Regalami due mucche e mi impegnerò a mungerle per poi vendere il latte casa per casa.
12. Un pezzo di terra da coltivare.
13. Una donna da amare ogni giorno come fosse il primo, con il rischio che lei non ami me.
14. Una donna da salutare ogni giorno come fosse l’ultimo, con un bacio, una carezza ed un abbi cura di te.
15. Una chitarra da suonare e qualche parola da cantare, a luci spente, ovviamente.
16. Voglio regalata da te la possibilità di avere pregiudizi e usare questi pregiudizi come curiosità nello stare con l'altro.
17. Aiutami a contattare l’umiltà e la compassione per accompagnare l’altro ed aiutarlo nella scoperta di sé.
18. Voglio riconoscermi giudicante per assaporare ciò che mi piace e ciò che non mi piace. E nel caso in cui qualcosa non mi piace, voglio la possibilità di cacciarlo via dalla mia vita a calci nel culo.
19. Voglio che mi regali il coraggio per accogliere il mio giudice interiore e al tempo stesso azzittirlo quando esagera. Perché diciamoci la verità, a volte rompe proprio il piffero.
20. Regalami la creatività che mi permette di muovermi nel mondo in tanti modi diversi. Perché noi possiamo fare molto di più di quello che pensiamo.
21. Voglio impegnarmi ad essere migliore per non dire agli altri di essere i peggiori.
22. Regalami un martello per scalfire un po' del mio orgoglio. La possibilità di scegliere le persone a me care e a loro tendere la mano, senza aspettarmi che loro mi tendano la propria.
23. Regalami la possibilità di chiedere aiuto e non aspettare che gli altri si accorgano del mio dolore.
24. Regalami la possibilità di dire “no” e sentirmi comunque una brava persona.
25. Regalami la possibilità di riconoscere la mia tristezza e la mia paura e l'occasione di poter dire ad un amico: ti voglio bene e sono arrabbiato con te.
26. Voglio ancora regalata da te la possibilità di vivere ogni attimo della mia vita seguendo ciò che voglio e non esaudendo desideri altrui.
27. Voglio la possibilità di poter dire a mio padre e a mia madre: con tristezza, rabbia, paura e felicità, grazie, perché tutto sommato avete fatto ciò che sapevate fare e l'avete fatto con amore.
28. Voglio potermi sentire un buon padre, con l’ansia di poter sbagliare.
29. Voglio regalare a mio figlio la possibilità di sbagliare. Io gli starò dietro per aiutarlo ad imparare dalla vita, senza farsi troppo male.
30. Voglio, infine, regalato da te il coraggio di poter vivere davvero seguendo questa preghiera e cioè: che io sono io e tu sei tu. Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative e tu non sei al mondo per soddisfare le mie. IO FACCIO LA MIA COSA, tu fai la tua...se ci incontreremo sarà bellissimo, altrimenti non ci sarà stato niente da fare!!!

Caro Babbo Natale, so che ti sto chiedendo tanto e infatti sappi che non mi aspetto niente da te.
Ti ho scritto proprio per rendermi conto che, se non sarò io ad alzare il culo difficilmente potrò pretendere un mondo migliore, senza la guerra, e con tutti i bambini che fanno il girotondo.
Quindi, per quest'anno, resta pure dove sei, e goditi il caldo del tuo camino, te lo meriti. In giro c'è già tanta gente che vende illusioni. Il mio più bel regalo sarà ogni piccolo passo che farò verso il raggiungimento dei punti elencati. Ogni piccolo passo sarà la mia serenità.


ps. se decidessi di esaudire anche solo qualcuno dei miei desideri, comunicalo ad equitalia, non vorrei dover togliere il pane di bocca ai miei figli per darlo a questo stato distratto.

Buon Natale e Felice anno Nuovo a tutti.

Fabio Specchiulli

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ArteTerapia, salute mentale e fertilità

ArteTerapia, Salute mentale e Fertilità

La salute mentale è per tutti molto importante e oltre ad avere un forte impatto sul nostro mondo interiore, relazionale e sociale, influisce in maniera significativa anche sul nostro modo generale di funzionare.
Ma perché tanti di noi ignorano, e anche se soffrono dentro, cercano di fare i “duri” fuori?
Tutti meritiamo la cura e di sostegno emotivo e trovare ciò che funziona meglio per noi è un primo grande passo.
Da un po’ di anni mi occupo dello studio dei temi dalla fertilità e dell’in-fertilità, e in questo articolo riporto brevemente uno studio che li ha messi in relazione con l’ arte-terapia e la salute mentale.
Lo studio che riporto è del Dr. Ed Hughes, una figura di spicco nel campo della salute riproduttiva e della fertilità. Un professore del dipartimento di Ostetricia e Ginecologia presso McMaster University.
E’ anche un artista e crede nel potenziale di guarigione dell’arte arte e dell’ espressione creativa.

Nel 2010 il dottor Hughes ha guidato un progetto pilota che ha esaminato come l’arte terapia potrebbe avere un impatto positivo se usata come intervento di salute mentale per le donne con problemi di in-fertilità. Questo studio ha coinvolto un gruppo di 21 donne in cura presso la clinica della fertilità Hamilton Health Sciences.
Le sessioni di gruppo si sono focalizzate su aree e tematiche specifiche dell’in-fertilità e comprendevano la natura imprevedibile dell’ in-fertilità, la paura che il problema rimanesse irrisolto, il dolore, lo stress associato al trattamento, il senso di colpa dovuto al fatto di aver aspettato troppo a lungo per la richiesta di aiuto, e la difficoltà nel comunicare l’esperienza con famiglia e amici.
Ogni sessione era semi-strutturata e ha utilizzato la mediazione di diverse arti ogni settimana.

Questo studio ha mostrato una riduzione statisticamente significativa degli episodi depressivi e del sentimento di disperazione. I partecipanti hanno parlato di un’esperienza sorprendente, piacevole e rilassante. Alcuni partecipanti hanno parlato dell'arte come un posto sicuro per esprimere le emozioni difficili e molti hanno continuato a fare arte dopo che il programma era terminato.
Risultati supplementari come rilevato dall’arte terapeuta erano la convalida dei sentimenti, la consapevolezza di sé, il miglioramento dell'autostima e la riduzione dello stress.
L’arte terapia è una forma di terapia espressiva che utilizza l'espressione creativa e le arti materiali per individuare e studiare i bisogni emotivi e i problemi del cliente. Si tratta di una dolce e flessibile alternativa alle terapie tradizionali e può risvegliare lo spirito creativo che tutti noi abbiamo dentro.
A volte la nostra esperienza individuale è così unica e potente che possono anche non esserci parole per esprimerla. Questo è il motivo per cui abbiamo l’arte! Dal momento che l'arte-terapia non richiede alcuna capacità artistica o di sfondo è veramente accessibile a tutti.

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