Fabio Specchiulli

Apro gli occhi e non ci sei più. Riflessioni sulla morte improvvisa

Prima o poi tutti moriremo. Questa è l’unica certezza che abbiamo.
Il modo in cui moriremo nessuno può saperlo, non solo, l’atto del morire è l’unica esperienza che non potremo mai fare, poiché quando ci succederà noi non ci saremo. Dunque, l’esperienza della morte che ci è concesso di vivere è la morte degli altri, soprattutto quando per altri si intende le persone alle quali siamo legati affettivamente.

Spesso sento dire: “se proprio devo morire, voglio morire all’improvviso senza sentire dolore”. Certo, in tanti speriamo di addormentarci e non risvegliarci più senza nemmeno accorgerci di quanto sia accaduto, il problema è che di solito la morte improvvisa ha a che fare con un evento traumatico.
Avete mai sentito dire: “è successo un disastro, una tragedia?”
Si tratta proprio di questo, la morte improvvisa è una tragedia che a livello psicologico è devastante.

Per renderci conto dell’impatto, possiamo chiederci: “preferisci che una persona a te cara muoia all’improvviso o dopo un percorso di malattia?”
Probabilmente le reazioni sarebbero diverse e per quanto mi riguarda non avrei alcun dubbio nel rispondere: “meglio dopo che improvvisamente”.
A quanto pare, prepararsi alla morte è importante sia per la persona che sta morendo, sia per i cari che assistono alla sua morte; quando questo non accade, molto spesso le persone che restano in vita subiscono molto violentemente la perdita, tanto più di quando invece hanno il tempo per prepararsi.


Dobbiamo immaginare che nel momento in cui ci viene comunicato che una persona che amiamo e che sappiamo stare bene, che fino a qualche ora prima, a volte minuti, sorrideva e ci parlava, è morta, il cervello va in cortocircuito, subisce uno shock, si blocca.
In quel momento ci blocchiamo cognitivamente ed emotivamente, a volte anche il corpo si immobilizza, a qualcuno succede di svenire. E anche con il passare del tempo, seppure la vita continua, emotivamente e psicologicamente restiamo bloccati a quell’evento. In quel momento non si hanno risposte alle decine di domande che ci sovrastano.

Ci sono studi che mostrano come le persone che hanno esperienza di vivere la morte improvvisa di una persona cara siano più inclini a sviluppare disturbi psicologici e psichiatrici come depressione, manie, disturbi d’ansia, o comportamenti disfunzionali come abuso di alcol o altri tipi di droghe (American Journal of Psychiatry).

Non solo, il tempo per prepararsi non è il solo fattore cruciale; è importante notare “come” ci si prepara. Succede, a volte, di subire le situazioni e non riuscire a trascorrere come vorremmo gli ultimi momenti della relazione con la persona morente.


Oltre alle reazioni emotive inevitabili per la perdita della persona amata quali dolore, rabbia, impotenza e senso di colpa, la morte improvvisa porta con sé altre questioni importanti che chiameremo “situazioni irrisolte”.
In parole povere, irrisolte sono tutte quelle situazioni intra e interpersonali che restano sul cuore e non hanno modo di essere affrontate poiché non si è avuto il tempo per affrontarle o anche se possibile, non siamo riusciti per vari motivi ad affrontare.
Sono tutte quelle parole che avremmo voluto dire e non abbiamo detto, quegli abbracci che avremmo voluto dare e chiedere ma non l’abbiamo fatto, sono tutte quelle volte che avremmo voluto esprimere qualcosa che non ci piaceva e non abbiamo potuto, perfino il rancore, e tutto ciò che giudichiamo come negativo. Sono tutti i momenti felici che avremmo potuto ricordare, le mancanze che avremmo potuto colmare, quella foto che avremmo voluto conservare ma che non c’è stato il tempo di scattare. Sono quei momenti in cui avremmo potuto dire: “mi mancherai, mi mancherà il tuo sorriso, le tue scenate di gelosia e tutto ciò che sei”.
Le situazioni irrisolte diventano il filo che ci lega alla persona persa, un’immensa ombra di rimorso. Sono quelle situazioni che psicologicamente ed emotivamente chiedono di essere chiuse.
Quando non abbiamo il tempo per prepararci alla morte di qualcuno che amiamo, non abbiamo la possibilità di mettere un punto. “A chi dirò tutto questo?” Una domanda che resterà sul cuore.

In che modo dunque possiamo affrontare tutto questo? La risposta è che ognuno di noi trova il modo migliore per sé, a volte ci si riesce da soli, altre volte con l’aiuto della famiglia e della comunità, a volte con l’aiuto della preghiera. A volte tutto questo non basta, perché non bastano i consigli né le frasi di circostanza “devi rialzarti”, anzi ci si sente giudicati e si ha la sensazione di sprofondare sempre di più nelle sabbie mobili della vita. Una via percorribile potrebbe essere chiedere aiuto ad un professionista.

Come psicoterapeuta, mi è capitato spesso di accompagnare le persone in questo percorso di elaborazione così doloroso e al tempo stesso di rinascita. Nessuno potrà ridarci la vita della persona che abbiamo perso, ma recuperare un modo “sano” di relazionarci con lei è possibile.
C’è il tempo dello “sfogo” e il tempo della “trasformazione” passando attraverso la “chiusura di tutte le situazioni irrisolte”.
C’è il tempo dello “sfogo” e il tempo “dell’elaborazione”, sciogliendo i nodi che sono bloccati sul cuore.
L’unico tempo che non c’è, è quello che lasciamo che faccia per noi. Non basta che il tempo scorra, dobbiamo fare qualcosa che possa aiutarci.
Si tratta di ridare vita e respiro a quei dialoghi interrotti e a quelle azioni incompiute, portarli fuori da sé e renderli relazione, perché per quanto la persona che amiamo non è più presente fisicamente, continua ad essere viva nel quotidiano, nelle cose che facciamo, in quello che ricordiamo, nel nostro cuore.

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell'emergenza e psicotraumatologia

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Costruttori di solitudine

Costruttori di solitudine

Ogni giorno sempre più persone soffrono di solitudine. Oggi più che mai ci sentiamo soli anche se siamo immersi in un numero infinito di contatti. Non stiamo parlando di chi sceglie di trascorrere dei momenti da solo, che a volte può essere importante per riprendere contatto con se stessi. Stiamo parlando di quel sentimento profondo di non appartenenza. 

Con l'avvento dei social network poi tutto questo viene alimentato.   In effetti, abbiamo tante persone con le quali comunicare e questo può succedere davvero. Ad esempio, ci basta un click e possiamo scrivere a qualcuno che vive a migliaia di chilometri da noi; così come possiamo ricontattare un vecchio amico di scuola che non vediamo da decenni. La messaggistica “gratis”, ci permette di essere sempre in contatto con gli altri, eppure sempre più persone lamentano di sentirsi sole.

La solitudine però colpisce anche chi non è dentro a questo sistema. Cosa sta succedendo allora?

La prima risposta che credo opportuno dare, mi viene suggerita dallo psicoterapeuta Paolo Quattrini  che distingue la parola “legame” dalla parola “intimità”.   

Possiamo avere legami senza intimità, e allo stesso modo avere intimità in un rapporto senza avere un legame. Tra fratelli di solito c'è un legame, ma non per forza intimità; e questo può succedere anche tra amici, o addirittura tra i partner. Con il terapeuta c'è molta intimità, ma di solito non c'è un legame. Poi ci sono quelle persone con le quali abbiamo un legame intimo. 

Dal mio punto di vista me la racconto così: il legame ci lega affettivamente a qualcuno con il quale però non sentiamo la possibilità di appoggiarci emotivamente. È come se non ci fosse uno scambio emotivo autentico tra le parti. Sono quei rapporti, anche di amicizia, a cui teniamo ma che restano sempre un po' in superficie. È possibile trascorrere anche momenti piacevoli insieme, ma nel momento in cui finiscono, finisce anche la magia. Sono quei rapporti in cui ci permettiamo solo la parte migliore di noi. 

L'intimità ha a che fare con il guardarsi dentro e sentire di avere la possibilità di condividere con qualcuno ciò che si vede, e di solito vediamo cose che non sempre ci piacciono. È l'ingrediente che lega le persone nella pancia e nel cuore. È il terreno fertile al quale appoggiarsi anche a distanza, poiché in qualche modo si è creato con l'altro un sentimento di appartenenza emotiva e questo è stato possibile poiché entrambe le parti hanno scambiato si la parte migliore, ma anche quella che con difficoltà vogliamo guardare e far vedere. È l'ingrediente che nei momenti più bui, ci porta dritti a quella persona lì e il buio diventa più sopportabile. Sono quei rapporti in cui si può piangere, esprimere le proprie paure, i fastidi, le gelosie. I rapporti nei quali le persone si guardano per quelle che sono, e cioè umanamente imperfette. Amati, nonostante tutto.

Tutto questo ovviamente non è calato dall'alto, ma ognuno di noi è responsabile di ciò che porta nelle relazioni della propria vita. In qualche modo i modelli che ci sono stati imposti e che continuiamo ad imporre ai nostri figli, puntano ad allontanarci da noi. E sono proprio questi modelli che nel tempo sono diventate reazioni automatiche, modi di stare al mondo che, se da un lato ci hanno permesso di sopravvivere fino ad oggi, oggi stesso non riescono più a soddisfare i nostri bisogni più profondi di contatto umano. Sono proprio questi modelli che ci bloccano, allontanandoci prima da noi e di conseguenza dagli altri a cui teniamo.    

Abbiamo una paura fortissima di mostrare la parte peggiore di noi. Abbiamo ingoiato un numero spropositato di “doveri” che ci portano in automatico a nascondere tutto ciò che giudichiamo “non buono”. Viviamo il tempo in cui non è “ok” esprimere le proprie fragilità. Come se nel momento in cui le esprimiamo, immaginiamo di sgretolarci, o diventassimo più attaccabili. Stiamo bene attenti a farci vedere sempre sorridenti e scappiamo dal “dolore”, come se fosse la peste. Ma il dolore non scappa, resta, fino a quando non lo attraversiamo. In più, ci costringiamo a vivercelo da soli. Abbiamo paura della nostra ombra come se appartenesse a qualcun altro. Invece è parte di noi, siamo noi. Per questo mi chiedo dove in ognuno è nascosta la parte peggiore. Per chiedere di esprimerla, dandole dignità. Perché è proprio questa che ci rende umani, e “uguali” a qualcun altro, agli altri.

Si capisce in che modo costruiamo la nostra solitudine? “Perché dovrei avvicinarmi a te e chiederti come stai, se non mi dai mai la possibilità di sentirmi importante?” Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci importanti ed ascoltare qualcuno che sceglie di condividere con noi le proprie “pene” è un modo per farlo. Quante volte abbiamo sentito dire: “Ah, ma lei è sempre sorridente, sembra che tutto gli scivoli addosso. Lei non ha bisogno di aiuto”. Così come allo stesso modo abbiamo bisogno di sentirci ascoltati, non consigliati, solo ascoltati. E per ascoltare occorre essere curiosi, non dei fatti degli altri, bensì di ciò che succede all'altro quando qualcosa succede. Bisogna essere curiosi di ciò che l'altro vede, pensa, sente.

Un legame intimo, dunque, scambia. Nel momento in cui ci rendiamo conto di non scambiare, c'è qualcosa che non funziona. Quante volte ci siamo detti: “io ci sono sempre per tutti, gli altri non ci sono mai per me”. Sarebbe interessante cambiare la domanda in: “cosa faccio io per non permettere a qualcuno di esserci?” Molto probabilmente agli altri arriva solo la parte migliore di noi, e non quella che lascia intendere che abbiamo bisogno di qualcuno. “Perché dovrei avere voglia di stare con te se puntualmente non hai mai una sbavatura? Se ogni volta mi racconti solo della tua vita meravigliosa?” “Perché dovrei vivermi tutta questa frustrazione?” La perfezione non paga. L'idea di perfezione oltre ad essere irrealistica, alimenta la solitudine.

Tornando all'inizio, dunque, non sono tanto gli “strumenti sociali moderni” a renderci soli, quanto invece l'ossessione di dover proteggere l'idea che abbiamo costruito di noi, l'immagine di noi che ci portiamo dentro. La protezione a tutti i costi dell'immagine di noi, anche quando non funziona, costruisce solitudine nelle nostre vite. Il problema non è mostrare su facebook e in altri luoghi la parte migliore di noi, il problema è non avere nessuno al quale e un posto dove mostrare quella peggiore.

Per fortuna arriva il malessere ad aiutarci, come un campanello d'allarme che, se preso seriamente in considerazione, ci porta a costruire strade diverse per stare con noi stessi e gli altri in un modo soddisfacente. Per ritrovarci, in un lungo sospiro liberatorio, nell'amore per sé. 

In verità la tristezza avvicina, come a dire: “insieme in quelle che sono le miserie della vita, inevitabili”.

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PER UNA VISIONE E UNA PRATICA UMANA DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

PER UNA VISIONE e UNA PRATICA UMANA DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

Per quanto voi vi crediate assolti
Siete per sempre coinvolti (F. De Andrè)


Scrivendo questo articolo ho intenzione di realizzare due desideri e di raggiungere un obiettivo.
Il primo desiderio è fare chiarezza sulle azioni che a mio avviso può svolgere lo psicologo dentro e fuori le cliniche di fecondazione assistita; l’altro è iniziare a diffondere, anche per questa tematica così intima e delicata, la cultura del ‘prendersi cura’ intesa come la possibilità di momenti in cui importanza primaria viene data alla “relazione empatica tra operatore e coppia”.
Da questo punto di vista, penso alla costruzione di spazi per un’accoglienza emotiva che parta fin dal primo momento in cui una coppia entra in una clinica di PMA, che continui durante tutto l’eventuale percorso e termini solo quando la porta si chiude alle spalle.
Con un unico obiettivo, aiutare le persone a ridarsi dignità.
Per fare questo occorre l’assunzione di responsabilità degli psicologi e psicoterapeuti, dei medici, dello Stato e non ultimo dei pazienti. Ecco a cosa possiamo aspirare.
Come psicologo e psicoterapeuta voglio diffondere anche politicamente e istituzionalmente la cultura del ‘prendersi cura’ della Fertilità, dell’IN-Fertilità e dei percorsi di fecondazione assistita, condizioni esistenziali che danno pene non indifferenti per l’anima umana e di cui ancora oggi non ci prendiamo cura abbastanza. Voglio io stesso conoscere nuove strade da proporre per migliorare le esistenze coinvolte ed insieme ad altri colleghi fare rete per essere ancora più incisivi. Mi preme rivendicare la visione olistica dell’essere umano che oltre a puntare al risultato della ‘cura’, pone l’importanza sul ‘come’ questa viene proposta e somministrata; in più, il ‘come’ diventa parte fondamentale per la riuscita della ‘cura’ stessa. Voglio apprendere nozioni mediche della materia in modo tale da comprendere davvero il contesto in cui mi trovo ad adoperare senza innalzarmi a conoscitore della mente umana, ma piuttosto abbassandomi accompagnando il paziente, il medico e tutta l’equipe nella co-costruzione di strade percorribili per una migliore qualità di vita. Voglio portare alla luce tutte quelle ricerche che mettono insieme la psicologia, la medicina, l’endocrinologia, la fisiologia e di come un certo tipo di psicoterapia può non solo sostenere momenti di ansia e stress, ma affiancare il vero e proprio processo di ‘cura’ della persona e quindi anche della sua condizione di infertilità.
Come medico, mi impegno a dare più attenzione alla persona oltre che alla terapia, per creare fiducia con i pazienti, ridurre i drop-out e quindi aumentare le possibilità di cura, e diminuire i conflitti le denunce, per migliorare la qualità di vita all’interno della clinica con i pazienti e i colleghi d’equipe. Da questo punto di vista, posso anche far finta di non vedere, ma senza scomodare alcuna ricerca tra l’altro esistente, mi basta andare su un qualsiasi forum che tratta il tema per rendermi conto della sfiducia che la maggior parte dei pazienti ha nei confronti dei centri di PMA, visti da un lato come gli unici che possono aiutarli a realizzare un sogno e al tempo stesso come catene di montaggio, venditori di sogni. Se poi invece mi faccio forte dell’idea che sono indispensabile al paziente, e che questo mi permette di comportarmi come mi pare, allora posso anche fare a meno di tutto questo discorso. Voglio incuriosirmi per guardare alle altre strade percorribili in modo tale che le persone non siano solo gameti competenti, bensì complessi sistemi fatti di carne, mente, cervello, emozioni, relazioni.
Come Stato ho il dovere di tutelare la salute delle persone che in me dovrebbero trovare un abbraccio paterno. Ho il dovere di conoscere meticolosamente come si svolge la quotidianità di una persona, di una coppia che affronta la condizione esistenziale dell’IN-Fertilità, e di impegnarmi affinché questa sia vissuta nel migliore dei modi possibili per la propria salute, dei propri cari e della comunità. Per fare questo ho uno strumento potentissimo, le leggi. Se solo volessi potrei davvero cambiare il corso degli eventi.
Come paziente, ho il diritto di riprendermi appunto la dignità di essere umano e lasciare andare la sensazione di essere trattato come una macchina difettosa da aggiustare. In un certo modo, in quanto spesso acquirente di una cura voglio pretendere la qualità dei servizi alla Persona oltre che alla patologia e che questi non siano più legati solo a tecnicismi di laboratorio. Voglio pretendere di essere accolto nella mia meravigliosa complessità, perplessità, fragilità, paura, tristezza, rabbia, agitazione senza che nessuno mi dica cosa è giusto o non è giusto fare, senza nessuno che mi faccia sentire un ficcanaso o un presuntuoso perché faccio domande sulle terapie. Semplicemente voglio essere ascoltato e non giudicato. Voglio incontrare persone che possano dedicarmi tempo per capire meglio, per avere più chiara la condizione in cui mi trovo e che mi spieghino tutte le strade percorribili e non solo quelle che fanno perdere meno tempo agli operatori. Come paziente voglio riprendermi me stesso e sentirmi parte attiva di scelte per il mio corpo, la mia mente e la mia salute, perché se da un lato le cliniche sono indispensabili per la realizzazione del mio sogno, dall’altro è importante che si adeguino vista la quantità e la qualità di offerta.
Voglio potermi assumere la responsabilità per la mia vita.
Tutto questo ad oggi è praticamente inesistente.
I medici non hanno né il tempo, né le competenze per poter accogliere i pazienti nei loro vissuti emotivi e psicologici. Giustamente sono impegnati nel lavoro di ricerca per personalizzare le terapie e negli interventi che giornalmente li vedono in prima linea. Allo stesso modo le infermiere e le ostetriche, sono impegnate in altre mansioni.
Anche se la legge obbliga la presenza di uno psicologo all’interno dell’equipe della clinica che si occupa di infertilità e fecondazione assistita, in realtà questa figura resta sullo sfondo, perlopiù assente nel centro, ed emerge spesso solo nel momento in cui ne viene fatta esplicita richiesta dalla coppia che il più delle volte nemmeno conosce cosa fa uno psicologo/psicoterapeuta e come potrebbe aiutare. Ci si limita ad inserirla nel sito o su un foglio nelle sale di aspetto. Addirittura, a volte, i pazienti ricevono una chiamata da un professionista che non hanno mai visto né conosciuto.
Lo Stato allo stesso modo, da un lato riconosce l’importanza della figura dello psicologo ma dall’altro non obbliga alle cliniche di averne uno in equipe. Ed è così per la scuola, per gli asili e per tante altre realtà che poi esplodono e di cui ogni giorno sentiamo parlare sui media.
La figura dello psicologo ad oggi è vista e conosciuta sia dai pazienti ma anche da molti medici e psicologi stessi solo ed esclusivamente come sostegno psicologico o psicoterapia per affrontare l’ansia e lo stress e quindi come supporto fuori dalla clinica. Ed è per questo forse che risulta essere inesistente nel centro durante tutti gli altri importanti step del percorso, caratterizzati comunque dall’impegno fisico, emotivo e psicologico.
Di seguito dunque cerco di riportare la mia idea sulla figura dello psicologo e dello psicoterapeuta sia dentro che fuori una qualsiasi clinica, e sulle azioni che questi possono svolgere per migliorare la qualità di vita dell’ambiente di lavoro, dei pazienti, dei medici e di tutta l’equipe. Mi preme sottolineare che tutto ciò che sto scrivendo è frutto di un’esperienza realmente vissuta in una clinica che si occupa di procreazione medicalmente assistita. Esperienza che ha riscosso l’entusiasmo dei pazienti e della stessa equipe medica e amministrativa.

FASI E AZIONI DELLO PSICOLOGO DENTRO E FUORI DALLE CLINICHE PER LA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

PRIMO COLLOQUIO (dentro la clinica)
Di solito una coppia arriva in un centro per la procreazione medicalmente assistita inviata dal ginecologo di fiducia il quale, dopo un periodo che va da un anno ai due, non essendo riuscito ad aiutarli ad avere una gravidanza, gli consiglia di contattare esperti della materia.
Questo è il primo momento delicato e molti dati riferiscono il 25% dei drop out (abbandono del percorso) dovuti proprio alla mancanza di una relazione soddisfacente e di una comunicazione efficace tra i pazienti e il medico, vissuto come distaccato, poco empatico e con l’attenzione rivolta esclusivamente agli aspetti tecnici. In più, molte coppie riferiscono la sensazione di non sentirsi parte attiva di un processo, poiché raramente viene data loro la possibilità di esprimere pensieri riguardo a ciò che viene comunicato.
Molti pazienti inoltre riferiscono di non sentirsi accolti nelle manifestazioni emotive, spesso caratterizzate in questa prima fase da shock e rabbia.
In questo primo step sono tante le informazioni che vengono date, ma qualcosa sembra non funzionare nel modo in cui vengono date poiché non sempre la coppia lascia il centro con l’impressione di aver compreso.
Molte informazioni date in modo frettoloso generano confusione.
Spesso non si ha il tempo per ascoltare le storie delle persone e queste si riducono ad essere il loro problema, nella fattispecie, gameti, ovaie, uteri, tube, testicoli.
Durante il primo colloquio dentro la clinica la figura dello psicologo e/o dello psicoterapeuta che attraverso lo studio e la ricerca ha maturato conoscenze tecniche e pratiche delle problematiche di medicina della riproduzione può avere una doppia funzione: da un lato affiancare il medico e gli altri membri dell’equipe, aiutandoli a sviluppare competenze per una comunicazione empatica aggiungendole alle già presenti competenze mediche e tecniche, per umanizzare il luogo di lavoro e il rapporto tra medici e pazienti; dall’altro risponde prontamente sia ai bisogni pratici, emotivi, psicologici e relazionali della donna, dell’uomo e della coppia durante le fasi “critiche” del percorso.
Esperienze di tanti anni nella gestione dei centri di fecondazione assistita, infatti, hanno messo in evidenza che la personalizzazione dei trattamenti non va fatta solo aggiustando la stimolazione o certe procedure di laboratorio. La personalizzazione nasce anzitutto dalla comprensione delle soggettività, quindi della diversità di ogni paziente e dei bisogni che ne conseguono.
Ma come facciamo a conoscere la soggettività di una persona se non la ascoltiamo? Se non sappiamo come questa condizione ha influito sulla sua vita, su se stessa, sulla relazione con il partner e sulle sue relazioni sociali?
Può essere una figura di riferimento da questo momento in poi alla quale fare domande e chiedere chiarimenti in qualsiasi momento.
Di certo, nel contesto della clinica e/o del centro, non fa psicoterapia.

PICK UP (dentro la clinica)
Il pick up è un altro momento molto delicato all’interno del percorso. È il momento in cui vengono prelevati gli ovociti dalla donna e l’uomo raccoglie il proprio liquido seminale. È un momento di forte agitazione e paura sia per l’intervento che la donna deve fare, sia per la speranza di trovare un numero sufficiente di ‘gameti competenti’ da poter fecondare e per fecondare. Molto spesso gli uomini non riescono a fare la raccolta del liquido seminale e si guardano attorno cercando qualcuno con cui confrontarsi. In questo momento il medico non ha il tempo materiale per ascoltare paure, dubbi, domande, perplessità, incertezze. Il medico in questo momento è in sala operatoria insieme all’ostetrica. Allo stesso modo il biologo. In più, se tutto va bene, la coppia dovrà anche decidere quanti eventuali embrioni trasferire in utero. Questo è solo uno dei momenti in cui la coppia si ritrova sola nella sala di aspetto con una serie di domande che non trovano risposta. Lo psicologo potrebbe essere lì, una persona e un professionista che hanno conosciuto al primo colloquio alla quale potersi appoggiare.

TRANSFER e POST TRANSFER (dentro la clinica)
Anche il transfer è un momento molto delicato del percorso. È il momento in cui gli embrioni vengono trasferiti nell’ambiente uterino nella speranza che avvenga l’impianto e inizi la gravidanza. Questo è il momento in cui emerge nella donna la paura che tutto possa svanire e che questo possa dipendere da comportamenti sbagliati. Se fino a quel momento la coppia ha potuto avere il controllo della situazione attraverso monitoraggi e terapie, da questo momento e per i prossimi 14 giorni la tecnica non ha più potere. Il medico è sempre in sala operatoria e ha davvero poco tempo per accogliere i vissuti emotivi della coppia perlopiù caratterizzati da speranza e angoscia. È il momento in cui i forum sul tema hanno più visualizzazioni. Bisogna riempire il tempo dell’attesa che diventa lento e infinito. Lo psicologo può aiutare la donna e la coppia nel rispondere alle domande e nel creare spazi di condivisione emotiva. Può insegnare tecniche di respirazione che vadano ad alimentare rilassamento e distensione muscolare.

COLLOQUIO DOPO IL RISULTATO DELLE BETA NEGATIVE (dentro la clinica)
Poche parole. Incontrare la coppia in clinica dopo il risultato negativo delle beta. Questo ci dice che non è in corso alcuna gravidanza.

SOSTEGNO PSICOLOGICO E PSICOTERAPIA (fuori la clinica)
Anche in questo caso è stato scritto e ho scritto tanto. L’essere umano non è il risultato della divisione tra mente e corpo, bensì un complesso sistema di parti che si influenza reciprocamente. La psicoterapia può essere uno strumento importante sia per prevenire, sia per sostenere, sia per curare le persone dalla loro condizione esistenziale dell’IN-Fertilità.
Per saperne di più e conoscere la mia visione potete visitare il mio sito.
www.fabiospecchiulli.it

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell’infertilità

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IN-Fertilità e Psicoterapia della Gestalt. Fioriscono vuoti dalla malinconia

Mi trovo davanti ad un foglio bianco, ora.
Rileggo la frase appena scritta, muovo le dita del piede destro, con la mano sinistra mi tocco la barba. Il respiro di tanto in tanto è intervallato da un profondo sospiro. Il corpo un po' pesante, mi dico che sono stanco, sento un po' di paura e agitazione per situazioni da affrontare e al tempo stesso eccitazione, voglio continuare a scrivere.
Chiudo gli occhi e pongo l’attenzione sui suoni che mi circondano. Il vento, è forte mi dico, arriva una immagine. Un lungo ponte in balia di questa naturale forza, ed io che mi aggrappo da una parte e dall’altra e giù il mare e lentamente, un passo dopo l’altro arrivo sulla terra ferma.
Non mi chiedo perché. Lascio che succeda, piuttosto descrivo ciò che sento, immagino e penso.
Mi concedo il diritto di esistere così come sto, con paura, agitazione, eccitazione, tristezza, ora.
Non mi chiedo perché e così facendo ogni sensazione, emozione, pensiero, immagine via via si fa più debole fino a svanire. E tutto si tras-forma.

Impegnativo mi dirai.
Si, molto impegnativo e al tempo stesso semplice se ci si abitua.
Perché di abitudine stiamo parlando.
Abbiamo imparato per molto tempo a dirci “così non vai bene”, “devi reagire”, “chi si ferma è perduto”, “ci pensi troppo”, “devi pensare positivo”, “sei troppo negativa”.
E ci siamo abituati.
Ora se vogliamo possiamo abituarci ad altro e cioè a creare vuoto. A lasciare che tutto emerga così com’è, senza imporsi di dover spingere il fiume controcorrente.

E perché allora non lo facciamo?
Perché il vuoto fa paura. Perché ci siamo convinti che il vuoto vada riempito con cose belle, giuste e piacevoli. Perché crediamo che il vuoto abbia a che fare con il nero, con la perdita di tempo, con la sconfitta.
E se invece aspettiamo che dal vuoto emerga qualcosa, che cosa accade?
Forse la parte più sana di noi, quella che lentamente parte dalla pancia, passa dal cuore per arrivare alla testa si sentirebbe vista e avrebbe un po' di voce per farsi ascoltare.
Quella parte di noi che teniamo sempre sotto cumuli di controllo giudicante inizierebbe a reagire e a farci sentire un po' più vivi.
Bisogni, desideri, sogni, incubi, pene, fantasie, malesseri, gioie, massi sulla pancia, amaro ingoiato, vissuti passati, dimenticati dalla mente e scritti sul corpo.
Diventeremmo finalmente Persona alla quale dare la possibilità di esistere.
Certo può fare anche male, ma meglio sentire il male e costruire strade per starci nel migliore modo possibile invece che non respirare e fingere di essere vivi.
È questa la strada giusta? No, è la propria strada. Ed ognuno ha la sua.
L’unica che può chiarire la via.

Perché vedete, in realtà siamo fatti di vuoto.
Tra un atomo e l’altro c’è il vuoto.
Tra una cellula e l’altra c’è il vuoto.
Il vuoto c’è tra due pensieri.
Come farei a vedere altro da me se non ci fosse il vuoto?
Come può crescere una pianta se davanti a sé non trova il vuoto?
Come potrebbe un pittore dare forma e colore alle sue immagini se non avesse un foglio bianco?
Come potrebbe un uccello volare se non ci fosse vuoto?
Come potrebbe nascere un bimbo, se davanti alla sua testa non ci fosse il vuoto?

Il problema dunque non è il vuoto. Esso esiste di per sé.
Il problema è che i vuoti possono essere fertili, IN-fertili e sterili.
Chi può dirlo? Solo tu e ognuno per se stesso, poiché la fertilità o meno di un vuoto ha a che fare con ciò che vogliamo ed accettiamo di ricevere da quel vuoto.
La fertilità è data dai bisogni e dalle intenzioni. Ha a che fare con il tendere verso e non con il pretendere cose.
Ma se non sperimentiamo l’esperienza del vuoto, come facciamo a vedere i nostri bisogni e le nostre intenzioni?

I vuoti non sono immobili e definitivi.
Dipende da cosa ci facciamo con ciò che emerge ed è proprio questo diverso e creativo fare che può trasformare un vuoto sterile, in uno IN-Fertile e Fertile.
Dipende da quello che proviamo dopo aver fatto qualcosa. Se è piacevole o spiacevole.
Si tratta dunque di ri-prendersi il propri vuoti vedendoli come un’opportunità per sé.
Si tratta di fare vuoto per accogliere se stessi e altro da sé.
Si tratta di stare nel vuoto dell’attesa, nel vuoto della coppia, nel vuoto tra una visita e l’altra, nel vuoto scevro da tutte le aspettative che ci siamo creati su di noi, sugli altri e sulla nostra esistenza.
Si tratta di fare vuoto delle aspettative che gli altri hanno riposto su di noi.
Perché né io, né tu siamo al mondo per soddisfare le aspettative dell’altro.

Per sperare si, perché possano fiorire vuoti dalla malinconia.

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Infertilità e in-Fertilità. Oltre la gabbia delle parole

“Come mai sei qui?
Sono infertile.
Cioè?
Non riesco ad avere figli.
E quindi?
Mi sento angosciata e arrabbiata, sola.
Se ti va, parlami della tua angoscia, per me è molto più interessante di quella che chiami infertilità.”

Le parole sono importanti. Sono molto di più di un’accozzaglia di lettere, perché se pure fossero solo una banale disposizione di lettere, una accanto all’altra, questa non sarebbe così banale, bensì meticolosa e puntuale.

Le parole sono importanti. Sono molto di più di una banale, meticolosa e puntuale disposizione di lettere una accanto all’altra. Le parole sono suono, tempo, melodia, ritmo, pause.
Le parole sono universi sonori dentro i quali si nascondono esistenze che spesso hanno perso parole per essere raccontate.
Vedi allora, le parole sono molto di più di un'accozzaglia di lettere, eppure le trattiamo con sufficienza e le usiamo maldestramente, non curanti delle conseguenze che possono provocare.

Perché vedete, non si tratta di elargire dolori o gioie. Sia nell’uno che nell’altro caso, le parole non sono petali leggeri che lentamente scendono sulla terra. Le parole sono piuttosto pietre che arrivano e colpiscono dritto il corpo, il cuore, la carne di chi se le vede arrivare in faccia.
Le parole sono come schiaffi per chi le ascolta. E come pietre lasciano un solco, un peso nella memoria.
Le parole colpiscono così forte che ci penetrano, e noi a volte ci identifichiamo nel loro limitato significato fino a diventare proprio quel significato.
Un’infinità di possibili comportamenti diventano quella parola, o meglio il significato che abbiamo dato a quella parola.
Un’intera, complessa e meravigliosa Persona diventa una parola mal pronunciata da chissà chi.

Un giorno qualcuno ti dice che sei infertile o addirittura sterile.
Ti chiedono una isteroscopia per vedere il tuo utero o un esame per verificare la funzionalità delle tube e ancor prima di sapere, così per prevenzione, sul foglio di accettazione c’è scritto “causa sterilità”.
Perfino il portiere in ospedale sa che le “donne infertili” vanno al secondo piano, magari accanto al reparto maternità.
Diventi un numero nelle sale d’aspetto perché non si può dire che si hanno difficoltà a restare incinti e quando arriva il proprio turno si sente una voce squillante che grida: “coppia numero due!”

E tu ti domandi, “cosa vuol dire infertile? Che non potrò avere mai figli? Che il mio corpo fa schifo? Che sono difettosa? Che non funziono bene? Che non sono degna di essere madre? Che le mie ovaie sono marce? Che non produco ovuli buoni? Che il mio utero è vecchio, spinoso e malconcio? Che ho solo 35 anni ma sono già in menopausa? Che il mio compagno ha pochi spermatozoi lenti e deformati, o non ne ha proprio, che sono talmente stressata che non riesco a concepire? Che ho problemi endocrinologici? Che ho un problema con il mio partner? Che soffro di vaginismo? Che il mio partner soffre di disfunzione erettile o da mancata eiaculazione? Cosa vuol dire?”

Niente di tutto questo o forse tutto questo ma non importa.

Infertile è una parola usata per riassumere in breve complessi fenomeni che succedono in una persona, in relazione con se stessa, con il proprio mondo emotivo, con le proprie credenze e contraddizioni inaccettate e spesso implicite, con il partner, con il mondo, con la sua storia familiare e con il suo contesto sociale e culturale in un determinato momento della sua vita.
Un riassunto che condanna, una menomazione, un’intera esistenza che improvvisamente, da un momento all’altro risucchia le persone nel vortice della diversità.
Infertilità è una parola che blocca, che non dà la possibilità di vedere vie d’uscita.
Infertile è una condanna dettata da chi la usa per mancanza di tempo.


E inizi a cercare le risposte che arrivano vaghe, probabili, senza certezza alcuna. L’unica certezza è che SEI INFERTILE, e da quel giorno inizi a costruire la tua quotidianità attorno a questa parola è così lentamente, diventi quella parola.
Ti identifichi talmente tanto che alla domanda: “chi sei?” vedi un’unica risposta possibile: “sono Giovanna e sono infertile”.

Ed è così che ti senti, vuota, come la terra secca dal quale non possono nascere fiori. Spenta, come l’inverno che non può dare luce. Stanca, in continua lotta contro te stessa. E ti rifiuti, e spesso rifiuti chi ti circonda, costruendo giorno dopo giorno la tua vita attorno al significato che hanno dato e dai a questa maledetta parola.
Fino al punto che ti senti prosciugata di ogni tipo di energia. Fino al punto che tu pianta non hai più acqua da attingere e appassisci.

Le parole sono importanti, e a volte un piccolo trattino tra “in” e “fertilità”, può cambiare le cose.
In-Fertilità e cioè verso la fertilità, verso una nuova forza generatrice, verso la costruzione del proprio percorso esistenziale. Una nuova parola che crea movimento, che richiama alla responsabilità del proprio esistere e cioè della costruzione di nuove abilità per rispondere agli eventi della vita che non sempre sono piacevoli.
In-Fertilità come una storia da scrivere e ri-scrivere, dove il viaggio acquista più valore della meta, dove non esiste una meta finale ma tante piccolissime mete delle quali fare tesoro.
Come persone uniche, speciali ed irripetibili. Da celebrare.
Questo è quello in cui credo come Persona. Come psicoterapeuta della Gestalt è quello che cerco di fare quando qualcuno mi chiede aiuto.
Una nuova prospettiva, infinita trasform-azione creativa intesa come azioni che trasformano una quotidianità vuota in un vuoto che si fertilizza di possibilità.

Le parole sono importanti, talmente importanti che a volte per incuria di qualcuno, diventano un’accozzaglia di lettere capaci di dirigere il destino delle persone.
Come sempre sta a noi scegliere dove vogliamo andare, come e con chi.

E allora buona strada ad ognuno lungo il cammino impegnativo della propria in-Fertilità.

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell’in-fertilità

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Come agisce lo stress nelle terapie mediche dell'infertilità

Di seguito riporto un breve articolo scritto dal Prof. Claudio Manna, ricercatore dell'Università di Roma Tor Vergata, medico esperto in medicina della riproduzione. Per quanto mi riguarda, è importante ascoltare la sua voce, poichè non psicologo bensì medico che parla degli aspetti emotivi e psicologici e di come questi possono influire sulla fertilità. 

Nella mia lunga carriera ed esperienza di ginecologo esperto in infertilità e riproduzione assistita ho imparato a vedere il problema delle coppie infertili in modo più vasto di come le lezioni all’Università (nella quale peraltro insegno) ed i libri mi hanno insegnato. Infatti ad un certo punto vedevo che non sempre le cose andavano come esami ed analisi mi facevano prevedere. A volte la gravidanza arrivava in tempi e modi inaspettati oppure non arrivava quando con le terapie che mi sembravano più appropriate non accadeva nulla. Ho cominciato a sospettare che nelle persone ci fosse dell’altro di non misurabile né valutabile con gli strumenti della medicina anche la più tecnologica.
Ed infatti la gravidanza giungeva a volte durante l’estate prima che si iniziasse il ciclo di Fecondazione assistita programmato a settembre oppure dopo aver trasferito in utero degli embrioni bellissimi non accadeva nulla. La stessa paziente invece restava in gravidanza al 2° o al 3° tentativo proprio quando ormai si era rassegnata alla possibilità di non riuscire. Un’atteggiamento diverso rispetto al primo tentativo in cui magari lei era sicura di farcela.
Allora cominciavo a capire che c’era qualcosa di più che io non vedevo e che poteva influire in modo determinante in certi casi. Infatti è noto che in certe situazioni stressanti l’ovulazione non si verifica perché la corteccia celebrale è collegata da neurormoni all’ipofisi che secerne gli ormoni della riproduzione. Così si verifica un blocco all’espressione dei segnali ormonali giusti per avviare il meccanismo ciclico che può portare all’ovulazione. Bisogna dire che anche l’endometrio è collegato tramite tanti ormoni, fattori di crescita e citochine al resto del corpo compreso il sistema nervoso. Non ci deve sorprendere allora che in diversi casi non si verifica l’impianto di embrioni che sembrano perfetti.
Non dimentichiamo infatti che l’Infertilità inspiegata riguarda circa il 15% delle coppie e che in almeno il 50% della poliabortività la causa è sconosciuta .
Perciò da tanto tempo ormai nella mia pratica professionale ed in quella della mia equipe l’aspetto psicologico ha un ruolo fondamentale e spesso determinante grazie anche all’aiuto di validi professionisti psicologi e psicoterapeuti esperti in infertilità.
A mio avviso la personalizzazione delle terapie non riguarda solo la scelta del protocollo di stimolazione più adatto alla singola paziente ma anche la valutazione e la cura degli aspetti psicologici dell’infertilità devono esser molto individualizzati.
Entrambe le cose non possono essere fatte da un qualsiasi ginecologo o psicologo ma da professionisti con grande esperienza nel settore dell’infertilità, e da persone convinte che il successo derivi da un lavoro di equipe.

Prof. Claudio Manna
Ricercatore Università di Roma Tor Vergata
Direttore del centro “BIOFERTILITY” di infertilità e Fecondazione Assistita

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