Fabio Specchiulli

Il tempo e il benessere: dalla città europea al villaggio africano. Contarlo o viverlo?

Non ho tempo, Sono in ritardo, Devo scappare. Quante volte ci è capitato di sentire queste frasi? Quanti sguardi spezzati, quanti discorsi lasciati a metà, quanti incontri bruciati dalla fretta; sempre

di corsa, sempre indaffarati, sempre alla ricerca di scale dove poter salire, scendere per poi risalire.

Dove stiamo andando? Dove vogliamo arrivare? Probabilmente non sappiamo neppure cosa ci aspetta al traguardo, ma continuiamo a correre e a guardarci dietro, senza riconoscere la strada percorsa. La velocità con cui ci muoviamo non ci per- mette di fermarci un attimo ad apprezzare lo

splendore del sole. Il presente sembra non esistere. È una dimen- sione di passaggio, le idee nascono e sono imme- diatamente proiettate nel futuro, nelle ansie, nella ricerca di appagamento di lancette isteriche che si muovono ininterrottamente. Tutto scivola via e non c’è possibilità di ritorno poiché, nel frat-tempo, si ha già qualcos’altro da fare. «Hanno tutti fretta. Che cosa cercano? – chiede il Piccolo Principe al controllore –. «Non si è mai con- tenti di dove si sta. [...] Non inseguono nulla» – risponde il controllore – anelando all’immagine dei bambini che «schiacciano il naso contro i vetri». Abbiamo tutto ciò che ci serve, è vero, eppure siamo frustrati, vogliamo sempre di più, forse per- ché l’importante è avere e non essere, non sappia- mo cosa vogliamo, ed è questa inconsapevolezza che ci spinge a cercare senza mai riflettere se ciò che stiamo cercando è davvero importante. Cerchiamo in tutti i modi rimedi e soluzioni per risparmiare tempo, ma nella ‘piccolezza’ della gente africana riemerge la saggezza di camminare «adagio adagio verso una fontana», di dirigersi lentamente verso l’essenziale. «Per secoli sono stati i ritmi della natura, il rego- lare ripetersi dei fenomeni a dare la misura del tempo. Giorno e notte, primavera, estate, autunno e inverno, alta e bassa marea, alba e tramonto, le fasi della luna»; si aveva la possibilità di pensare, meditare. Si aspettava pazientemente il giusto tempo per intraprendere ogni sorta di attività. Oggi il tempo razionale e calcolabile risiede sui nostri polsi. I minuti possono essere calcolati, piani- ficati e gestiti. Appuntamenti su appuntamenti, agende strapiene di impegni; disperati, ci sforziamo di padroneggiare lo scorrere del tempo, con la paura di perderci sempre qualcosa, così paradossal- mente la mancanza di tempo è diventata uno status symbol: meno ne abbiamo, più siamo apprezzati. Si rischia così di vivere nella costante delusione e frustrazione di voler fare molto di più e, non riuscendo a soffermarsi sulla semplicità degli eventi, non ci si accorge dello sgretolamento delle relazioni. «L’uomo non rinuncia al tempo. Non vuole, non sa e non può rinunciarvi. Ma se in qualche angolo del pianeta è andato più vicino a questa rinuncia è in Africa». Quando si parla del ‘mal d’Africa’, della nostalgia delle origini, penso al desiderio che questa terra alimenta sulle possibilità dell’uomo di riappropriarsi del proprio tempo. Noi uomini del progresso, creatori e vittime della modernità, ci tro- viamo catapultati nella tranquillità, lontani dagli stress cittadini che affliggono le nostre menti. «In un’epoca scossa da tanta frenesia, l’Africa vuole insistere su un tasto dimenticato: non è l’azione che muta il mondo, ma la conoscenza», quella conoscenza lenta, riflessiva, che scende nel profondo, che ti permette di percepire i particolari e cogliere il senso delle azioni. Ancora una volta, il cuore ripercorre l’esperienza vissuta: il volto di Abhram, il suo corpo vecchio, sdraiato sotto l’albero di mango, non parla di fine, di stanchezza, di epiloghi, ma di compimento, di pienezza, di speranza. La vita, disegnata sulla sua pelle, nei suoi movimenti lenti, nelle sue poche parole. Lo sguardo profondo, brevi sospiri, l’essenza di un percorso battuto dalla riflessione, dalla medit-azione. Spesso rifuggiamo i tempi vuoti, i tempi morti perché abbiamo paura che ci urlino la nostra povertà; così anche il tempo libero è riempito di attività, di movimento, di impieghi; nell’ansia dell’efficentismo «le perdite di tempo vanno ridotte al minimo e così, accorciando o annullando il tempo dell’attesa, rischiamo di alterare il significato delle nostre azioni. L’Africa ti riconsegna più o meno dolcemente alla verità e alla libertà del tempo lasciandoti scoprire che, risparmiando tempo, in realtà si risparmia in umanità. La vita diventa più fredda, povera, uniforme, perché – dice Momo – il tempo è vita. E la vita abita nel cuore. Più gli uomini risparmiano tempo, meno ne hanno. Il tempo vero, quello che libera, è quello dell’incontro. A Wansokou non esistono telefoni, né televisori, poche le radio. Esistono gli incontri e, nel momento in cui ci si incontra, tutto ciò che si stava facendo passa in secondo piano. Continuavano a ripetermi: «Se ci siamo incontrati ci sarà un motivo» e mi chiedevano da dove venivo, cosa facevo, se avevo una famiglia. Le ore passavano così, all’ombra del mango di fronte alla missione. Non avevamo orologi, né appuntamenti da assolvere. Il mio sudore aveva lo stesso sapore di chi mi stava affianco. L’intreccio tra tempo e silenzio dava la possibilità alla verità di emergere chiara e incisiva. Una volta un anziano, vedendo lo strano oggetto che avevo al polso, con aria incuriosita mi chiese: «Cos’è?». «Uno strumento per misurare il tempo, per sapere che ora è», e continuai a fare esempi notando la sua estraneità alla cosa. Alla fine mi sorrise dicendomi: «Voi il tempo lo misurate, noi lo viviamo». Imparai a fare a meno dell’orologio e tentai di comprendere cos’è il tempo per un africano. È lo spessore degli eventi a dare senso al tempo: si vive nel presente, negli eventi che stanno accadendo, e si viene dal passato, dagli eventi che sono già accaduti. Tutto ciò che non ha avuto luogo viene incluso nella categoria del non tempo. Ciò che sta accadendo nel qui e ora inonda inevitabilmente il futuro, ma l’importante è che abbia preso corpo nel passato e nel presente. Progetti a lungo termine spesso non esistono, ma il tempo è sperimentato, vissuto, segnato dall’esperienza quotidiana e dai fenomeni naturali. L’uomo, quindi, non è schiavo del tempo, ma la modalità di vivere gli attimi, i giorni, le stagioni imprime il senso del suo essere al mondo. C’è il tempo dell’Harmattan, il tempo del caldo, il tempo delle prime piogge, il tempo della semina e quello della raccolta. È la persona a sentire e aver cura del suo tempo. Ancora una volta, la saggezza di una bambina ci ricorda che «gli orologi non sono che imitazioni molto imperfette di qualche cosa che ogni creatura umana ha nel proprio intimo. Perché come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo, ma purtroppo ci sono cuori ciechi e sordi che, anche se battono, non sentono». La gente – dice DeLillo –, ha smesso di pensare all’eternità e al mistero perché anche il futuro rischia di essere previsto dai calcoli dei mercati e degli investimenti produttivi. Il tempo intriso di esperienza vissuta riannoda i fili dell’eternità e le restituisce valore. Tutto ciò che è passato continua ad essere presente nella quotidianità. Il passato è un tempo con cui bisogna dialogare, intrattenersi, accogliere sempre nel proprio oggi per continuare a imparare e vivere saggiamente. Il senso di una memoria che non mostra le rughe, ma le pieghe di una bellezza antica ed eterna.

 

DELILLO, Cosmopolis, Einaudi, Torino 2003.

DE SAINT-EXUPÉRY A., Il Piccolo Principe, Bompiani, Milano 2000.

ENDE, Momo, Longanesi, Milano 1984.

FABIAN J., Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia, Ancora del Medi-terraneo, 2000.

JUNG M., Il Piccolo Principe in noi, Edizioni Ma.Gi, Roma 2002.

ROBERT A. C., L’Africa in soccorso dell’Occi- dente, EMI, Bologna 2006.

 

  • Blog
  • Read 980 times
Read more...

Fecondazione assistita e farmaci: paura motivata o altro?

Uno degli argomenti che più preoccupa le persone che si ritrovano ad affrontare il problema dell’infertilità e che si apprestano ad iniziare un percorso di fecondazione assistita è la assunzione dei farmaci, nella fattispecie ormoni che stimolano le ovaie a produrre più follicoli con una qualità superiore degli ovociti.

In particolare, durante i colloqui, emerge la paura degli effetti collaterali a breve e a lungo termine che questi possono avere soprattutto rispetto all’insorgenza di tumori.

A tal proposito, vane risultano essere spesso le spiegazioni e le rassicurazioni dei medici. Molte donne infatti, anche dopo aver letto i risultati di ricerche scientifiche che dimostrano la non correlazione positiva tra l’assunzione dei farmaci utilizzati nella PMA e la diretta insorgenza di tumori, continuano a manifestare veri e propri sintomi ansiosi, paragonabili ad una sorta di fobia, ipocondria per gli effetti collaterali dovuti all’assunzione dei farmaci. È chiaro che, simili vissuti, ostacolano e creano disagio alle donne che scelgono di percorrere il percorso di fecondazione assistita, poiché in questo percorso la stimolazione ormonale è un passaggio obbligato.

Ora, la paura è un’emozione primaria e quando c’è un pericolo reale è bene ascoltarla per proteggersi, ma quando questo pericolo reale viene meno cosa succede? In questi casi si parla di paura immotivata cioè senza un apparente stimolo che la provoca e il senso del suo esistere è puramente soggettivo e va ricercato assieme alla persona che vive il disagio.

In che modo dunque si possono aiutare le persone che si ritrovano a vivere questo disagio?

Come professionisti della salute ci si deve porre delle domande per poi trovare gli strumenti per aiutare le persone a stare meglio.

Le domande che ci si pone di seguito sono:

Se il sintomo ansioso volesse dire qualcosa alla persona che lo vive, cosa le direbbe?

Da questo punto di vista, il sintomo non è visto come qualcosa da eliminare bensì come qualcosa da accogliere e ascoltare. Probabilmente, il sintomo sta dicendo alla persona che qualcosa nel suo modo di stare al mondo non funziona più. In che senso non funziona più? La persona mette in atto comportamenti che, in un preciso momento della vita, non soddisfano i bisogni e i desideri del suo organismo. Come se da un lato l’organismo chiedesse qualcosa che la persona non fa.

Un esempio può essere: la persona ha paura, è triste, è arrabbiata per qualcosa e/qualcuno ma non l’accetta, oppure ha imparato a non esprimere e/o addirittura si giudica per il fatto di provare tale emozione.

Nello specifico del tema, se da un lato una donna ha voglia di avere un figlio, dall’altro può avere paura di tutto ciò che comporta avere una gravidanza. Lo stesso vale anche per l’uomo. Queste “voci interiori” contrastanti se non riconosciute ed espresse possono andare in conflitto generando confusione e sensi di colpa con relativa sintomatologia.

In che modo il tipo di relazione che si è instaurata tra medico e pazienti influisce poi sulla fiducia che questi ultimi sentono nei confronti di chi li aiuta a superare un ostacolo?

Se da un lato i pazienti sanno che il medico è la persona che può aiutarli a superare l’ostacolo, dall’altra, nel caso di fecondazione assistita, c’è una parte di loro che in un certo senso non si fida. Questo sentimento di sfiducia è dato dal fatto che la tecnica ha un costo è che quindi i medici sono persone che vogliono vendere qualcosa. In più, spesso, i pazienti vivono i protocolli medici come un’imposizione imposta dall’alto e non come un percorso di condivisione. È come se non venisse dato il tempo alle persone di masticare, digerire e metabolizzare il protocollo. Importante è mettere le persone nella condizione di poter esprimere fantasie, dubbi, preoccupazioni rispetto alla terapia e al percorso. Aiutarle ad esprimere quello che già sanno o immaginano, cercando di essere più realistici possibile, e non alimentando illusioni. In questo modo forse, non si vivranno solo come un qualcosa da aggiustare, ma come persone consapevoli che potranno scegliere di affidarsi ad altre persone professionisti della materia, e insieme provare a superare l’ostacolo per la realizzazione del sogno.

 

 

  • Blog
  • Read 850 times
Read more...

Carattere e musica: dal loop esistenziale alla musica che voglio

Così come il loop musicale è un insieme di suoni e ritmi che si ripetono di continuo, anche il carattere è un insieme di modi di stare al mondo che vanno in automatico. Per quanto questo rappresenti una risorsa per l'adattamento all'ambiente, a volte diventa un limite se non si è capaci di riconoscerlo, dirigerlo, ampliarlo e modificarlo. Attraverso esperienze creative si può avere più consapevolezza del proprio carattere, in modo tale da accrescere la capacità di fare scelte in base ai propri bisogni e al contesto in cui ci si trova.

Prendendo spunto dall'antica teoria dell'Enneagramma, si può sperimentare attraverso la musica il proprio “carattere” per scoprirne da una parte le risorse e dall'altra i loop che non ci permettono di sperimentare altro da quello che siamo abituati a fare. Si può lavorare sulla propria “musica”, per poterla riconoscere, suonare nel momento giusto e modificare nel ritmo, nella melodia, nel tempo in relazione alle circostanze e ai propri bisogni e desideri. Affinché “ è sempre la stessa musica” diventi “la musica che voglio”.

L’uso della musica, così, diventa utile in un percorso di rieducazione della capacità di comprendere metaforicamente qual è la colonna sonora che ci accompagna e condiziona il nostro modo di relazionarci col mondo. La musica diventa il punto di partenza per ripristinare la capacità di rispondere creativamente agli stimoli e di agire nel modo più funzionale ai propri bisogni.

 Un esempio di lavoro in gruppo

Partendo da una fantasia guidata si danno ai partecipanti degli input che gli permettano di entrare in contatto con delle parti di sé. Ancora prima si chiede di chiudere gli occhi e di identificarsi nella propria musica, di diventare la propria musica e osservare cosa succede. Diventando la propria musica, analogicamente le persone possono osservare il proprio modo di “suonare”, le proprie caratteristiche essendo “musica”, possono entrare in contatto con le proprie sensazioni ed emozioni prestando attenzione al piacere e/o meno che queste provocano. Una musica, in questo senso quindi la persona, può suonare rock o leggera, può essere suonata da un'orchestra o da un solo strumento, può essere suonata all'aperto o al chiuso, ci può essere qualcuno ad ascoltarla o nessuno. Una musica può suonare in un pub o in un teatro. Può essere lenta o veloce, con pause o tutta d'un fiato.

Finita la fantasia guidata, si riaprono gli occhi e senza parlare, i partecipanti scelgono uno o più strumenti musicali che nel frattempo sono stati disposti nel cerchio. Per strumenti musicali considero tutto ciò che produce suono, quindi anche la voce e il corpo. Successivamente, chi vuole può esprimere ciò che ha esperito durante la fantasia usando sia gli strumenti scelti, ma anche gli altri partecipanti dando vita così, passo dopo passo, insieme al terapeuta alla co-costruzione della propria colonna sonora. In questo momento, si può chiedere alla persona se le piace o meno quello che sta costruendo e ascoltando, e che effetto le fa. In più, quali caratteristiche ha la musica e in che modo queste hanno a che fare con il proprio modo di stare al mondo. A questo punto si chiede alla persona se vuole cambiare qualcosa di questa musica, ed è così che una nuova musica inizia a suonare ripetutamente. E se questo cambiamento fosse un qualcosa da fare o non fare nella vita, cosa sarebbe? In un primo momento il lavoro si muove su un piano analogico, la persona entra in contatto con i propri stati emotivi, fa esperienza delle proprie “cristallizzazioni” caratteriali che intanto sono diventate musica e suoni, per poi terminare su un piano digitale di consapevolezza e trasformazione “come quando nella vita?”. Ecco che la musica può diventare una risorsa utile per me come terapeuta per facilitare la persona ad esplorare, riconoscere, modificare e ampliare i vari aspetti di sé, può diventare strumento di mediazione nel processo di apprendimento, dove per apprendimento si intende l'integrazione di un'esperienza emotiva, cognitiva e di azione. Se prima del lavoro la persona era ingabbiata all'interno di comportamenti stereotipati e poco funzionali a rispondere ai propri desideri e al contesto di riferimento, durante il lavoro può sperimentare un modo di stare al mondo creativo, un più ampio ventaglio di risposte e di conseguenza una qualità di vita più soddisfacente.

L'uso della musica nella relazione d'aiuto dunque arriva da lontano. Il rapporto dell'essere umano con la musica parte da lontano. Essa è compagna di momenti bui e di momenti di luce. Attraverso la musica si può prendere con-tatto con le parti più intime, ci si esprime, si dà senso a quello che si prova, e come per magia il vissuto si fa chiaro, si scioglie, si trasforma. Con la musica ho creato relazioni da cuore a cuore, da pancia a pancia. Ho potuto incontrare popoli lontani senza saper parlare la loro lingua, la musica è linguaggio universale.

Con la musica ho danzato a piedi scalzi sulla terra, ho viaggiato per le strade del mondo, mi sono addormentato sotto un albero alla fine del giorno. La musica fa dialogare il naturale con il soprannaturale, il logico con l'artistico, l'uomo con l'universo. La musica cura quando uno sciamano percuotendo il proprio tamburo entra in trance divenendo mediatore di due dimensioni diverse, quella terrena e quella degli antenati, degli spiriti. Quando i ritmi forsennati costruiti nella relazione tra chi cura e chi viene curato, portano allo sfinimento e alla pace interiore. La musica cura quando uno psicoterapeuta chiede al proprio cliente di esprimere ciò che sente con dei suoni, con la propria voce, attraverso degli strumenti che prendono vita e rispecchiano vita. La musica cura quando viene amplificata e improvvisata, co-costruita nella relazione tra terapeuta e cliente/paziente. Quando integra le parti che apparentemente sono lontane tra loro, ma in realtà trovano casa nella stessa persona. Cura la musica quando non può esserci altro canale comunicativo che non siano suoni, rumori, semplici melodie. La musica parte da una sorgente e se arriva ad un'altra sorgente che accoglie, risuona. Come risuonano in me le parole dei maestri che in questi anni ho incontrato. Trova la tua strada e segui il tuo cuore. Io sento il battito del mio cuore, è musica.

La musica tocca vissuti dimenticati ma che continuano a vivere. La musica è simbolo di vita. Gli strumenti che la producono sono simboli. Nella mia nuova casa c'è musica. C'è una musica per ogni stagione.

 

  • Blog
  • Read 869 times
Read more...

Ansia, stress e psicoterapia nella fecondazione assistita: quando arrendersi aiuta a stare meglio

Scrivo questo articolo immaginando di stare parlando alle tante donne che si trovano a vivere il problema dell’infertilità come un dramma esistenziale. Lo farò dando del TU all’interlocutore, poiché difronte a me vedo persone e non macchine. Di seguito una serie di riflessioni nate dopo aver ascoltato molte storie sul tema. Certo che sia solo una goccia nell’oceano, spero di poter contribuire in qualche modo alla qualità del cammino di tante persone.
Quando si parla degli aspetti psicologici ed emotivi legati all’infertilità, due sono i temi ricorrenti che si sentono in giro e cioè che lo stress, l’ansia e le emozioni influiscono negativamente sulla produzione degli ormoni (LH, FSH, estradiolo, progesterone) deputati al concepimento e che l’atteggiamento migliore sarebbe distrarsi o impegnare il tempo in attività di svago.

Da qui arrivano i consigli calati dall’alto frutto di generalizzazioni che non fanno altro che peggiorare il tuo stato emotivo, lo stato emotivo della donna. Non è un caso infatti che queste affermazioni calmino solo chi le pronuncia e non te che stai vivendo la difficoltà di concepire, come un vero e proprio dramma esistenziale.
 
“Non ci devi pensare”
“Devi stare tranquilla”
“Prenditi una vacanza”
“Devi essere forte”
“Sei troppo ansiosa”
“Cerca di calmarti”
“Rilassati”
“Andrà bene”
“Sei troppo stressata”
 
Tralasciando tutti questi luoghi comuni una cosa è certa, tutto quello che provi e pensi non è risultato di una scelta.
Lo so, non ti impegni minimamente per essere ansiosa, ma l’ansia arriva e basta.
Lo so, non ricerchi in modo ossessivo i pensieri legati alla gravidanza, essi arrivano da soli.
Lo so, non ti concentri per essere agitata, l’agitazione va da sé, anche se non vuoi averla.
 E allora spontanee sorgono alcune domande.
 Come mai sei ansiosa e stressata?
In che modo puoi affrontare ansia, stress ed emozioni in un percorso di fecondazione assistita?
In che modo l’ansia, lo stress e le emozioni potrebbero contribuire alle difficoltà di concepimento?€
 
Il ruolo dello psicoterapeuta
Aiutare ad Ascoltarsi, Amarsi, Esprimersi

Dalla mia esperienza come psicoterapeuta della Gestalt e come tutor in percorsi di fecondazione assistita, sempre più spesso mi accorgo di quanto non siamo più abituati ad ascoltare il nostro organismo, bensì ci riempiamo di ragionamenti pur di non entrare in contatto con noi stessi, con i nostri bisogni e desideri. I suoni del corpo, le sensazioni, le emozioni ci danno messaggi importanti su come stiamo e dove stiamo andando, ma il più delle volte questi messaggi restano inascoltati e in qualche modo continuano a spingere fino al punto che, l’organismo non avendo altro modo per comunicare, produce il sintomo, sia esso fisico che psicologico. 

Capita spesso ad esempio che alla domanda “cosa provi?” non sappiamo dare una risposta.
Non sentiamo la paura, non sentiamo la tristezza, non sentiamo la rabbia né il disgusto.
Come se avessimo imparato che queste sono emozioni negative dalle quali stare alla larga e che è meglio non provare. L’organismo dunque prova paura e noi con la testa facciamo finta di niente. Ci irrigidiamo e facciamo finta di niente. Siamo tristi e facciamo i felici. Siamo arrabbiati e ingoiamo, facendo i superiori perché la rabbia non serve. Siamo felici, ma tanto dura un attimo. In realtà non esistono emozioni positive ed emozioni negative, le emozioni sono tutte ugualmente importanti e degne di essere ascoltate poiché sono il motore dei nostri comportamenti. In più tutte con una specifica funzione biologica. La tristezza ad esempio ci segnala una mancanza. Ascoltarla è il primo passo per capire cosa ci manca e quindi cosa possiamo fare per avere ciò che ci manca. Se invece non possiamo averlo, accettare realisticamente e costruire altro.
Quando invece non ascoltiamo le emozioni è come se mettessimo in atto comportamenti slegati da noi, automatismi che a lungo andare alimentano disagio e malessere.
Tutto questo non risparmia te, donna che ti ritrovi ad affrontare il problema dell’infertilità. Attraverso la respirazione consapevole, esperienze guidate, la relazione empatica, lo psicoterapeuta dunque può aiutarti ad ascoltarti. Questo dunque il primo passo per accompagnarti verso te stessa.
 
Il passo successivo, dopo esserti data la possibilità di ascoltarti e sentire, è amarti.
Cosa vuol dire? Accertarti per quello che sei, per quello che provi, cercando di non giudicarti, di non giudicare i tuoi bisogni, desideri e pensieri. Detto così sembra facile, in realtà è cosa molto complessa.
Tu mi dirai “ti sembra facile?”
No, non è facile, è molto impegnativo ma non impossibile.
Fin da piccoli cresciamo in un ambiente con determinate regole culturali, sociali, morali e chi più ne ha più ne metta. In questo ambiente, in primis con le figure genitoriali, ci insegnano e impariamo a muoverci nel mondo, ma soprattutto costruiamo il nostro personale modo di stare al mondo e con gli altri, attenti a preservare l’amore di chi si prende cura di noi. A quel tempo essere amati dalle figure di riferimento vuol dire sopravvivere, dunque tutto ciò che impariamo a fare e il modo in cui lo facciamo sono importanti per la nostra sopravvivenza.

Ci insegnano e impariamo ad esempio che solo i deboli piangono.
Che se piango, mamma e papà si arrabbiano e non mi vogliono più bene.
Che se sono triste, mamma è triste.
Che se mi arrabbio, mamma e papà si arrabbiano più di me.
Che quando sono arrabbiato, è meglio piangere, invece di gridare.
Che quando sono triste, è meglio ridere altrimenti resto sola.
Che è inutile esprimere ciò che proviamo, tanto nessuno ci darà ascolto.
Ci insegnano ed impariamo che dobbiamo essere forti a tutti i costi, altrimenti gli altri ci calpestano.
Impariamo che non dobbiamo essere fragili, perché fragile è come dire sconfitta.
E così via.
Volendo andare un poco avanti nel ragionamento, la faccenda si complica ulteriormente, poiché può succedere che emergano anche pensieri, emozioni, sentimenti, bisogni e desideri contrastanti, e che questo contrasto venga vissuto come un conflitto inaccettabile dalla persona, o meglio, da ciò che la persona ha imparato fino a quel momento. Succede che ci si allea con una sola parte e si lascia che questa domini sulle altre, le quali tornano sullo sfondo e allo stesso tempo continuano a chiedere di essere ascoltate.
Interessante e curativo invece è lasciare che tutte le parti dialoghino tra loro fino a quando la persona non trova una sintesi, qualcosa che le piace e che la aiuti ad affrontare il problema in modo funzionale.
Nello specifico, capita spesso che il desiderio di maternità sia legato alla paura dei cambiamenti di vita, del corpo, della relazione con il partner, ma che ci si senta in colpa per il fatto di provare paura. Oppure può capitare che ci si senta sole ed arrabbiate e di non volerlo ammettere a se stesse, perché questo vorrebbe dire accettare di avere un problema o di pesare sugli altri.
Può capitare che ci si senta forti e non accettare che a volte si può essere fragili e di quanto possa essere importante accogliere la propria fragilità, per potersi appoggiare e riposarsi con qualcuno.
Può capitare che ci senta sole e che non ci si permetta di chiedere aiuto, poiché farlo sarebbe come a dire di aver perso.
Può capitare che ci si senta sbagliate e difettose, quasi innaturali da non poter condividere con nessuno il proprio dolore.
Succede che ci si senta stanche di lottare, e che in qualche modo si continui a mostrare i denti, poiché deporre le armi sarebbe come non rialzarsi più.
Succede che si senta l’invidia e che questa non venga riconosciuta perché moralmente inaccettabile.
Succede che ci si chiuda in un mondo fatto solo di analisi, visite, terapie e che un “problema di infertilità” diventi una vera e propria guerra contro se stesse e contro tutti coloro che dal nostro canto ostacolano la realizzazione del sogno di maternità. È così che un problema di infertilità può dilagare ed inglobare tutta l’esistenza della persona. Non più una difficoltà da affrontare, ma un’intera vita che diventa infertile, quasi non degna di essere vissuta

Da questo punto di vista lo psicoterapeuta ti aiuta ad accogliere tutto ciò che arriva e soprattutto lasciare che questo emerga, per non far si che si blocchi nel corpo. 

Aiutarti ad amarti dunque è il secondo importante passo, per accettare verso i tuoi bisogni e desideri.

A cosa serve esprimersi?

Dopo essersi ascoltati ed amati e cioè dopo aver riconosciuto ed accolto le proprie emozioni è importante esprimere e lasciare che queste esistano come motore dal quale far partire i nostri comportamenti.
Dunque, cosa faccio con quello che provo?
Mettiamo il caso che provo paura. La paura ci segnala il bisogno di protezione e rassicurazione.
Se mi amo ed accetto di provare paura, attraverso il lavoro psicoterapeutico integro i conflitti interiori arrivando a scegliere cosa voglio fare con questa emozione.
A questo punto ad esempio se prima mi giudicavo perché avevo imparato che provare paura è da codardi, ora invece scelgo di esprimere la mia paura e il desiderio di essere rassicurata da qualcuno. In questo modo, ti ascolti, ti ami, ti esprimi e chiudi il tuo bisogno organismico.
E spesso la sensazione che si prova è di leggerezza, di calma, di pienezza.
E se questo non succede, che fine fa la tua paura, la tua rabbia, la tua tristezza, il tuo disgusto e così via? Che fine fanno tutte le emozioni non ascoltate, accolte ed espresse?

La fantasia che mi faccio è che restino nel corpo e che col tempo si cronicizzino portando ad un irrigidimento dell’organismo.
Può questo irrigidimento ostacolare la riuscita dei percorsi di fecondazione assistita?
A questa domanda non voglio dare risposta, non ci sono a disposizione dati scientifici sostenibili a riguardo, al tempo stesso però, ascoltandoti, amandoti ed esprimendoti migliorerai la tua qualità di vita, molto probabilmente l’ansia e lo stress si ridurranno in maniera consistente, il tuo corpo si rilasserà e il modo in cui affronterai il percorso sarà comunque in salita, ma avrai più strumenti per camminarci sopra. Questo si.
Non è un caso che dopo aver attraversato un po’ di dolore, le persone si sentano più rilassate. Attraversare le emozioni però non è facile poiché spesso hanno a che fare con il guardare in faccia la realtà e questa a volte non ci dice cose che ci piacciono.
Quello che ci viene più facile fare dunque è evitare il dolore, la paura, la rabbia, la tristezza e a volte anche la felicità.

Evitare per fingere di non soffrire.
Evitare funziona fino a quando non arriva il sintomo che sia ansia o stress.
Evitare fino a non voler sentire la tua fragilità e continuare a dire “vincerò questa guerra”, non accorgendoti che stai combattendo contro te stessa e contro parti di te che più che condannate forse chiedono di essere ascoltate, amate ed espresse.
E allora forse più che combattere, lo psicoterapeuta può aiutarti a deporre le armi, sostenendoti nel tuo impegnativo percorso esistenziale.
Deporre le armi non vuol dire perdere. Deporre le armi è attraversare te stessa, con gratitudine e accettazione.
Deporre le armi fare alleanza con te stessa.
In questo caso, deporre le armi aiuta a stare meglio. E’ vincere.

  • Blog
  • Read 1227 times
Read more...
Subscribe to this RSS feed

Informazioni


Ha bisogno di un consulto o di informazioni? Compila il form, verrai richiamato presto

Downloadhttp://bigtheme.net/joomla Joomla Templates