Fabio Specchiulli

Prendersi cura dell'in-Fertilità: la psicoterapia, strumento per un'esistenza fertile

In Italia così come nel mondo sono sempre di più le coppie che si trovano ad affrontare il problema dell’in-Fertilità. Molte di queste si rivolgono alla medicina della riproduzione che grazie alla ricerca negli anni ha trovato sempre più soluzioni e ha migliorato le tecniche di fecondazione assistita raggiungendo percentuali di successo intorno al 30% per ogni tentativo. Tuttavia, le difficoltà di concepimento non appartengono alla sola sfera della medicina che, seppur aiutando di molto a risolvere alcuni problemi, resta sorpresa e senza parole nei casi in cui, anche quando tutti gli elementi farebbero pensare alla possibilità di un inizio di gravidanza (qualità ovocitaria, degli spermatozoi, dell’embrione e dell’endometrio), in realtà poi il “tentativo di fecondazione assistita” non va a buon fine. È chiaro che sono molteplici le varianti che entrano in gioco e tra questi è ormai risaputo che gli aspetti psicologici ed emotivi, la qualità della relazione di coppia, il contesto e l’atteggiamento influiscono sia sul modo di affrontare il percorso, sia per la riuscita. (A proposito di questo leggi l’articolo) D'altra parte l'infertilità, come il concepimento, rappresenta senza dubbio il prodotto dell'interazione tra molteplici fattori bio-psicologici la cui individuazione aumenta ogni anno con il progressivo ampliamento delle conoscenze nell'ambito neuro endocrino e fisiopatologico, come pure dei meccanismi psicosomatici che intervengono nel permettere o meno il concepimento (Edelmann, Connolly, 1986). Quello che ci si chiede in questo breve articolo è se in qualche modo degli interventi di psicoterapia possano influire positivamente sulla propria fertilità e sul concepimento sia esso spontaneo che successivo ad un percorso di fecondazione assistita. Dalla mia esperienza nel lavoro con le donne che affrontano il tema dell’in-Fertilità, prendersi cura del proprio mondo emotivo risulta essere importante per due ragioni: in primis, aldilà del risultato finale, aiuta la donna nel “come” affronta il percorso sia questo naturale che assistito e in secondo legato al “come”, nelle donne che accompagno in percorsi di psicoterapia sto assistendo a maggiori inizi di gravidanza sia spontanee che successive ad un percorso di fecondazione assistita. Ovviamente questa affermazione non vuole in alcun modo dire che la psicoterapia risolve in modo definitivo i problemi di infertilità, ma in linea con altre esperienze, vuole porre l’attenzione su aspetti che da qualche parte possono aiutare a sciogliere nodi e blocchi che ostacolano un cammino più fluido con la propria fertilità intesa in senso più ampio come esistenza fertile. L’idea che mi sto facendo e in continua costruzione è l’importanza di un lavoro che porti ad esplicitare ed esprimere vissuti impliciti e disturbanti, in conflitto con vissuti invece già espliciti e legati all’immaginario dell’essere figlia prima, donna e mamma dopo, della gravidanza, del parto. Rendere esplicito l’implicito, aiuta la persona ad integrare ciò che già accetta di se stessa e ciò che ancora non accetta perché sconosciuto e giudicato inaccettabile. Tutto questo è legato ad emozioni quali rabbia, paura, angoscia. L’integrazione di parti di sé che inizialmente sono contrapposte spesso porta serenità e lascia intravedere nuove strade da percorrere. Si lavora con i desideri che ruotano attorno al desiderio di maternità e che sembrano non avere niente a che fare con il concepimento ma che in realtà influiscono sul benessere delle persone e a volte anche sulla loro fecondità. Si passa dal senso di colpa alla responsabilità e cioè abilità a rispondere in modo più funzionale agli eventi che ci capitano nella vita. È un lavoro di co-costruzione di vuoti fertili tra terapeuta e persona che chiede aiuto. Si toglie più che aggiungere e si creano spazi per una vita fertile. Partendo da una difficoltà nel generare, si sviluppano risorse accorgendosi di quanto “altro” si può fare con la propria storia in continua trasformazione. È così che una nuova forza generatrice si risveglia portando la persona a sperimentare altro da quello che si è creduto essere fino a quel momento. In conclusione la terapia può essere utile prima, durante e dopo la conclusione di trattamenti volti alla fecondità (Donegan, 1994), in quanto cerca di sviluppare la capacità di far emergere, anche sul piano fisico, le proprie potenzialità generative. Queste sono per lo più semplificate nel desiderio di avere un figlio: tocca alla psicoterapia ampliare e complessificare tali caratteristiche cosicché la si possa in ogni caso, con o senza il figlio, affrontare anche il desiderio conflittuale, ma prettamente umano, di scansare la filiazione (Chasseguet-Smirgel,1996) "generando" una nuova situazione di amore maturo.

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Il tempo e il benessere: dalla città europea al villaggio africano. Paziente lentezza

Il sole decide la vita, la luna il tempo di dormire; mi fermo e non ho fretta, qui l’incontro tra persone ha ancora un forte significato. È nella lentezza dell’andare che si scopre il valore dell’orma, è nella lentezza del tempo che si scopre il valore dell’amicizia, dell’amore, dei legami. Lentezza: nel vocabolario è sinonimo di svogliatezza, indolenza, apatia ed è proprio quello che pensiamo degli africani attribuendo loro il profilo di persona stanca, pigra. Ma quest’immagine non viene da un confronto con i ritmi vitali; piuttosto da un paragone con le andature super-accelerate che ci contraddistinguono e a cui siamo assuefatti. In Africa vi è un attraversamento lento dell’esperienza, un rallentamento che ti fa avvicinare alla vita e ti fa scoprire le sue latitudini e profondità. Il tempo non è vissuto per attimi, per flash, con gesti randomizzati paghi solo del continuo mutare, ma è un tempo largo, dilatato, che conserva una sua armonica linearità. Nell’esperienza africana si sperimenta il tempo della riflessione attiva che si nutre di attese, di incontri, di valutazioni, nella piena accoglienza di un passato e di un futuro che non sfuggono. L’abitudine a cambiamenti repentini, immediati ci conduce alla disaffezione per le scelte radicali, frutto di percorsi meditati e principio di rinnovamenti duraturi. Il valore della lentezza viene alla luce osservando come «alcune esperienze decisive per la nostra maturità non sono velocizzabili e possono prodursi solo se avvengono a ritmo lento».

Il rispetto del tempo e dei tempi della vita diviene, allora, compito imprescindibile di ogni comunità educante, capace di scorgere nella lentezza non uno scarto improduttivo, ma un valore aggiunto, fecondo di nuove possibilità. Se, come sostiene De Kerkove, si possono «concepire modi diversi di abitare il tempo», è necessario offrire dimora al tempo dell’attesa, quel tempo dove sembra che nulla accada, tempo che non è solo preparazione di ciò che accadrà, ma accoglienza di ciò che avverrà con i margini dell’imprevedibile. In Africa si pongono le radici per il risveglio della pazienza, la riscoperta dell’attesa vissuta non come vuoto, ma come dimensione necessaria per l’ascolto attento dei propri e altrui bisogni e per la ricerca di un’autentica qualità della vita. Quel vuoto che non è perdita di tempo, ma guadagno di un tempo migliore, rinnovato. «La lentezza è un’esperienza che richiede uno scarto, l’uscita fuori dai binari delle ovvietà culturali» nelle quali siamo immersi. Ma è soltanto grazie alla rinuncia di un tempo ‘produttivo’, che ci si può riappropriare della capacità di pazientare, di ascoltare, di accettare l’alterità senza ridurla ai propri parametri. «La lentezza consente di pensare il valore di esperienze diverse dalla nostra, di comprendere una cultura diversa dalla nostra, sospende il giudizio per approfondire i problemi, per conoscerli, abitarli». E l’Africa insegna che la complessità delle dinamiche umane e culturali non chiede ricette, non cerca soluzioni standard. Esige sì, risposte concrete, ma che non siano semplice fumo negli occhi. Domanda un ascolto attento e un vivo interesse al destino dei popoli, in una comprensione dialogica con il tempo passato e il tempo futuro, nella consapevolezza che «in Africa il giorno dura il giorno» e che il presente invoca un tempo più giusto. 

 

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Test di gravidanza: come gestire l’ansia dell’attesa

In un percorso di fecondazione assistita, uno dei momenti vissuti con maggiore ansia dalle coppie e dalla donna in particolare, è il periodo che va dal transfer (trasferimento degli embrioni in utero) al ritiro degli esami beta-HCG, i quali ci dicono se è in atto o meno una gravidanza. Molte donne e anche alcuni uomini riferiscono di vivere questa attesa con un forte senso di impotenza dovuto al fatto che, se fino a quel punto si è potuto fare tutto il possibile per affrontare il problema, in questo momento resta solo da aspettare che la natura faccia il suo corso.

È questo il periodo in cui possono arrivare i sensi di colpa (Avrò fatto tutto in maniera giusta? Mi sono affaticata troppo? Non era meglio stare immobile nel letto?) come se l’attecchimento dell’embrione dipendesse dal totale controllo dei comportamenti della donna.

Tutta la comunità scientifica è in accordo sul fatto che, dopo il trasferimento degli embrioni, la donna può continuare a vivere una vita abbastanza “normale” e cioè può fare tutto quello che faceva prima senza affaticarsi tanto e che quindi, l’attecchimento dell’embrione non è dovuto a quello che la donna fa. A supporto di ciò, basti pensare che molte gravidanze spontanee vengono riconosciute alcuni mesi dopo dal concepimento senza che in questo periodo la donna abbia messo in atto particolari accortezze. Se da un lato questi dati vanno a vantaggio della donna, la quale può sentirsi sollevata da una grossa responsabilità, dall’altro molto spesso questa si ritrova a vivere un vuoto in cui è difficile stare. In questo vuoto emergono vissuti emotivi forti quali paura, rabbia, tristezza che più si cerca di evitare è più irrompono prepotenti. Quando questi vissuti non vengono ascoltati possono trasformarsi in pensieri ossessivi, e la gravidanza diventa l’unico fulcro importante dell’esistenza.

Cosa fare dunque?

Continuare a coltivare tutti gli aspetti della propria esistenza è importante. Incontrare gli amici, svolgere le attività dalle quali si ha gratificazione. Non è indispensabile sospendere il lavoro. Fare delle passeggiate, leggere un libro, guardare un film, prendersi cura di se stessi e del proprio partner.

Ci si può concedere un tempo per rilassarsi attraverso degli esercizi di respirazione. 

Insieme a tutto questo sarebbe utile concedersi degli incontri con un professionista, in cui essere aiutati a riconoscere ed esprimere tutto ciò che ci disturba. Uno spazio emotivo che permetta accoglienza, ascolto, contenimento e sostegno con l’acquisizione di strumenti per affrontare le possibili difficoltà che si possono presentare.

Importante è dare voce all’emotività che resta sommersa per evitare che emerga violentemente nei momenti critici creando situazioni di difficile gestione. La possibilità di esplorare i propri vissuti emozionali, quali tristezza, rabbia, ripercussioni sulla relazione di coppia e di riconoscerli come normali e comuni, e da questo partire per un’elaborazione, permette un più consapevole atteggiamento nei confronti della terapia e dei medici e uno strumento per affrontare gli eventuali fallimenti.

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Solitudine

Ci si sente soli. Ci si sente soli e non è l’età. Ci si sente soli a quindici anni, a venti, a cinquanta e a ottanta. Ci si sente soli e non è lo status che ricopriamo, non è lo status che ci hanno lasciato in eredità e nemmeno quello che ci siamo conquistati vivendo. Ci si sente soli da ricchi e da poveri, da lord e da barboni. Ci si sente soli anche quando nessuno mai ci ha lasciati soli. Probabilmente a tanti è capitato di farsi questa domanda: “E’ meglio essere soli o essere soli anche essendo tra tanta gente?” La mia risposta è sempre stata “Sto bene quando sono solo, ma sto meglio quando sono con altra gente”. E poi di quale solitudine stiamo parlando? Di quella che regala colori dell’arcobaleno o la solitudine che ha un solo colore, il nero? Quella che ha cancellato la luna e le stelle, il sole e la primavera? Oppure quella che ci lascia nuotare nel mare dell’ozio che crea? La solitudine che scegliamo o quella dalla quale fuggiamo per non fare a pugni con le nostre fragili sicurezze? La solitudine è una brutta bestia soprattutto se accompagnata dalla difficoltà di chiedere aiuto e visto che molto spesso è legata alla difficoltà di chiedere aiuto, è una brutta bestia, punto. Chi sono le persone sole?

Tutti, quando non ci soffermiamo sugli attimi, sui timidi sorrisi. Quando non ci soffermiamo sui nostri desideri, quando li assecondiamo con superficialità, pensando passerà. Una cosa è certa, ci sono solitudini che non scegliamo ma che allo stesso tempo non riusciamo ad affrontare. Sono le solitudini che si vestono di escamotage plateali, che gridano il bisogno di approvazione. Sono le solitudini alle quali non bastano le approvazioni. Queste, probabilmente, sono le solitudini in cerca di conforto. Sono le solitudini che quando trovano il conforto, affermano che non era il conforto cercato. Poi una parola, una frase, qualcosa che avremmo potuto dire e non abbiamo detto, qualcosa che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Niente e nessuno avrebbe potuto cambiare quella rotta, la solitudine di cui stiamo parlando non aveva voglia di ascoltare altro, non aveva voglia di dire altro… 

 

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Psicoterapia della Gestalt e Musica: il lavoro con le polarità

 Mi diverte immaginare vari modi per utilizzare la musica all'interno della cornice teorica della psicoterapia della Gestalt. A differenza della musicoterapia classica, la quale usa la musica perlopiù per scopi preventivi, riabilitativi e terapeutici, penso all'uso della musica in terapia che abbia come obiettivo migliorare la qualità di vita delle persone e non la loro “cura” dalla patologia. Come recita la preghiera della Gestalt: “Se ci incontreremo sarà bellissimo, altrimenti non ci sarà stato niente da fare”. Allo stesso modo la musica è un incontro di suoni, in un determinato tempo, in un determinato ritmo, suonati in un determinato modo.

Uno degli aspetti centrali sui quali si basa la psicoterapia della Gestalt è il lavoro con le polarità. Cosa sono queste polarità? L'assunto di fondo è che a livello intrapsichico gli esseri umani sono una pluralità di istanze le quali generalmente assumono l'aspetto di interlocutori esterni, e nella seduta si guarda sempre alla persona come se, in un certo senso, fosse più di una. In un'ottica gestaltica il lavoro psicoterapeutico consiste nell'elicitare un avvenimento tra due poli espliciti. Questo processo anche se è solo espressione, si concretizza poi in un'azione, in quanto anche esprimersi è un genere di azione (G. P. Quattrini, 2011). In altre parole, all'interno della stessa persona ci sono tante “persone” ognuna con le proprie caratteristiche le quali si muovono appunto da un estremo all'altro. Ogni persona dunque può essere forte e debole, sicura ed insicura, dolce e acida, affettuosa e anaffettiva, egocentrica e riservata e nessuna di queste esclude la presenza dell'altra. Il problema è che, della coppia, la persona riconosce come propria solo una delle due polarità, negando l'esistenza dell'altra. Quante volte mi è capitato di dire: “sono sempre stato forte, devo essere forte, non posso essere debole” mentre magari il bisogno in quel momento è concedermi un po' di sana debolezza, avendo l'umiltà di chiedere aiuto. Allora scopo della psicoterapia in questo senso è mettere in relazione le polarità opposte e invece che negare l'espressione di una o dell'altra, si lavora affinché ci sia una pacificazione tra esse. Da questo punto di vista, anche in musica molto spesso ci si trova difronte a delle polarità. Se esaminiamo ad esempio alcune caratteristiche del suono come l'altezza, l'intensità, il timbro, il ritmo ci troviamo difronte ad una serie di polarità. Rispetto all'altezza, un suono può essere grave o acuto. Forte e debole invece è un suono rispetto alla propria intensità. Allo stesso modo una musica può essere suonata in modo veloce o in modo lento, può essere allegra ma non troppo, andante con brio. In che modo quindi le caratteristiche del suono e della musica diventano strumento terapeutico a mediazione artistica? La dimensione in cui ci muoviamo è “qui e ora”. Il primo passo può essere rappresentato dal chiedere ad una persona di esprimere ripetutamente quello che sta provando, attraverso dei suoni. Il risultato che ne viene è il proprio mantra, un insieme di suoni, ritmi e vissuti che vengono amplificati ed esagerati. Cosa sta suonando la persona? Suona alcune delle infinite polarità nelle quali si muove la propria esistenza. Da qui, insieme al terapeuta la co-costruzione di senso squisitamente soggettivo. Se la persona produce suoni gravi, la si può invitare a sperimentare e a produrre suoni meno gravi, più acuti. Così se produce suoni lenti o veloci, forti o deboli. E se questi suoni rappresentassero parti della persona? Quali parti sarebbero, quali comportamenti rappresenterebbero e in quali altri modi potrebbero suonare? Può essere attraverso gli strumenti, ma anche attraverso la voce, il battito di mani, il corpo.

Le caratteristiche della musica quindi, diventano nel lavoro terapeutico metafora delle “caratteristiche” della persona, dei propri vissuti, delle proprie polarità e del proprio modo di stare al mondo. Attraverso il fare musica, quindi, la persona può contattare, esprimere ed integrare le proprie polarità.

 

 

 

 

Bibliografia

 

Manarolo G., Ascolto e musicoterapia, ed. Ugo Boccassi, 1999.

Mazzei S., “Creatività e integrazione in psicoterapia”, Estratto da: Qui e Ora Rivista di Gestalt, 2013.

Piccirilli M., Come la mente modifica il cervello, ed. Morlacchi, Perugia, 2011.

Quattrini G. P., Fenomenologia dell'esperienza, ed. Zephyro, Firenze, 2007.

Quattrini G. P., Per una psicoterapia fenomenologico-esistenziale, ed. Giunti, Firenze, 2011.

Ragni S., Le nuove arti terapiePercorsi nella relazione d'aiuto, ed. Franco Angeli, Milano, 2013.

Verucci M., Efficacia della musicoterapia sui sintomi della schizofrenia, in Perilli e Russo, La medicina dei suoni, ed. Borla, Roma, 1998.

 

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Il tempo e il benessere: dalla città europea al villaggio africano. Il dono dell’imprevisto

 Sono nel pick-up, all’improvviso un temporale ci costringe a fermarci. Arrivati a Tipetì suoniamo il clacson. Ci rifugiamo in una chiesa. Non c’e’ nessuno, continua a diluviare. Penso che arriverà presto qualcuno. Un uomo si avvicina e saluta; è seguito da un giovane e da un bambino completamente nudo. Ci fa omaggio delle sue arance e ringrazia la terra che gliele ha donate. Non ci aspettavano, ma il tempo apre le sue porte a nuove scoperte. L’imprevisto, il non programmato, il non atteso viene spesso rifiutato da una mente rigida e calcolatrice. Eppure è solo in questo momento che il dono erompe in tutta la sua gratuità e viene assaporato fino in fondo nella sua essenzialità. In Africa sperimenti il senso più alto dello stupore e della meraviglia, non tanto per i paesaggi mozzafiato, per i tramonti incantevoli o gli animali tropicali, ma per i gesti carichi di umanità che si incastonano nell’attimo vissuto. Di frequente, nell’esperienza africana ci si confronta con la possibilità di lasciarsi interrompere dagli eventi. Un’auto che va in panne, una strada non percorribile, un fiume straripato, una persona che ti chiede un aiuto e sei costretto a deviare. In questi frangenti. Nello scontro tra le ‘pre-tese’ e le attese, tra le richieste alla Vita e le accoglienze della Vita, sgorga il senso dell’essere con gli altri e per gli altri. Quando programmi e calcoli il tempo sembra che la vita sia nelle tue mani, sei tu che la gestisci e la governi a tuo piacimento, nell’artificio di rendere le giornate più lunghe di ventiquattro ore, e di restringere e ampliare il tempo a seconda del compito che hai da portare a termine. Nell’attesa e nell’accoglienza dell’imprevisto ti accorgi che serve a ben poco misurare, prevedere, anticipare, correre perché ci sarà sempre un margine di mistero, indicibile, inafferrabile. «Le misure del tempo sono di ben poco significato. Tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità e un’altra, invece, passa in un attimo [...] dipende da quello che viviamo in quest’ora», il volto che incontriamo, l’odore che sentiamo, i suoni che udiamo. «Perdendo il gusto degli intervalli, quella piccola esperienza del vuoto, l’uomo perde il contatto con ciò che sta più in là e più in profondità, perde lo stupore per la vita e per l’universo per dedicarlo solo all’ultimo scandalo di qualche star». La sosta, l’attesa, il vuoto di una fantomatica assenza di tempo non si fa più sinonimo di perdita di tempo. Perduto – dice Bonhoeffer – è solo il tempo nel quale non abbiamo vissuto come esseri umani, fatto esperienze, imparato, creato, goduto e sofferto. L’Africa non solo ti fa dono del suo senso del tempo, ma ti chiede anche il senso del dono del tuo tempo. Il donarsi abbisogna di un tempo dilatato, non conteggiato, di ampio respiro, lungimirante. L’icona del Buon Samaritano ci ricorda che «l’aver cura va oltre l’immediatezza del bisogno presente, ma investe per il futuro, per un tempo che non può essere il mio tempo e che quindi non posso ipotecare. Il tempo dell’altro che incontro come tempo del bisogno acquista per me il senso di una temporalità che, convocandomi, mi oltrepassa e in questo superamento il tempo dell’altro si produce come il risultato di una gratuità». Ritorna il senso di perdersi nei sentieri della vita, di esserci, di far sentire la propria tra la gente, tra i poveri, di «essere restituiti alla strada e alla nudità casuale delle persone [...], di imbattersi in chi non t’aspetti, di lasciare aperta una fessura nel quotidiano sapendo che la sorpresa può entrare anche dalle porte strette». La persona che dona e che si apre al dono non può che contrapporsi all’homo currens che rischia di perdere «l’attenzione all’altro, quel legame che si mette sempre di traverso sulla strada diretta e più veloce, quella passione, quella cura e quella tenerezza che vengono dal non avere solo scopi, ma anche sentimenti, dal non avere solo concorrenti, ma anche amici, legami». 

 

 

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