Fabio Specchiulli

Ansia, stress e psicoterapia nella fecondazione assistita: quando arrendersi aiuta a stare meglio

Scrivo questo articolo immaginando di stare parlando alle tante donne che si trovano a vivere il problema dell’infertilità come un dramma esistenziale. Lo farò dando del TU all’interlocutore, poiché difronte a me vedo persone e non macchine. Di seguito una serie di riflessioni nate dopo aver ascoltato molte storie sul tema. Certo che sia solo una goccia nell’oceano, spero di poter contribuire in qualche modo alla qualità del cammino di tante persone.
Quando si parla degli aspetti psicologici ed emotivi legati all’infertilità, due sono i temi ricorrenti che si sentono in giro e cioè che lo stress, l’ansia e le emozioni influiscono negativamente sulla produzione degli ormoni (LH, FSH, estradiolo, progesterone) deputati al concepimento e che l’atteggiamento migliore sarebbe distrarsi o impegnare il tempo in attività di svago.

Da qui arrivano i consigli calati dall’alto frutto di generalizzazioni che non fanno altro che peggiorare il tuo stato emotivo, lo stato emotivo della donna. Non è un caso infatti che queste affermazioni calmino solo chi le pronuncia e non te che stai vivendo la difficoltà di concepire, come un vero e proprio dramma esistenziale.
 
“Non ci devi pensare”
“Devi stare tranquilla”
“Prenditi una vacanza”
“Devi essere forte”
“Sei troppo ansiosa”
“Cerca di calmarti”
“Rilassati”
“Andrà bene”
“Sei troppo stressata”
 
Tralasciando tutti questi luoghi comuni una cosa è certa, tutto quello che provi e pensi non è risultato di una scelta.
Lo so, non ti impegni minimamente per essere ansiosa, ma l’ansia arriva e basta.
Lo so, non ricerchi in modo ossessivo i pensieri legati alla gravidanza, essi arrivano da soli.
Lo so, non ti concentri per essere agitata, l’agitazione va da sé, anche se non vuoi averla.
 E allora spontanee sorgono alcune domande.
 Come mai sei ansiosa e stressata?
In che modo puoi affrontare ansia, stress ed emozioni in un percorso di fecondazione assistita?
In che modo l’ansia, lo stress e le emozioni potrebbero contribuire alle difficoltà di concepimento?€
 
Il ruolo dello psicoterapeuta
Aiutare ad Ascoltarsi, Amarsi, Esprimersi

Dalla mia esperienza come psicoterapeuta della Gestalt e come tutor in percorsi di fecondazione assistita, sempre più spesso mi accorgo di quanto non siamo più abituati ad ascoltare il nostro organismo, bensì ci riempiamo di ragionamenti pur di non entrare in contatto con noi stessi, con i nostri bisogni e desideri. I suoni del corpo, le sensazioni, le emozioni ci danno messaggi importanti su come stiamo e dove stiamo andando, ma il più delle volte questi messaggi restano inascoltati e in qualche modo continuano a spingere fino al punto che, l’organismo non avendo altro modo per comunicare, produce il sintomo, sia esso fisico che psicologico. 

Capita spesso ad esempio che alla domanda “cosa provi?” non sappiamo dare una risposta.
Non sentiamo la paura, non sentiamo la tristezza, non sentiamo la rabbia né il disgusto.
Come se avessimo imparato che queste sono emozioni negative dalle quali stare alla larga e che è meglio non provare. L’organismo dunque prova paura e noi con la testa facciamo finta di niente. Ci irrigidiamo e facciamo finta di niente. Siamo tristi e facciamo i felici. Siamo arrabbiati e ingoiamo, facendo i superiori perché la rabbia non serve. Siamo felici, ma tanto dura un attimo. In realtà non esistono emozioni positive ed emozioni negative, le emozioni sono tutte ugualmente importanti e degne di essere ascoltate poiché sono il motore dei nostri comportamenti. In più tutte con una specifica funzione biologica. La tristezza ad esempio ci segnala una mancanza. Ascoltarla è il primo passo per capire cosa ci manca e quindi cosa possiamo fare per avere ciò che ci manca. Se invece non possiamo averlo, accettare realisticamente e costruire altro.
Quando invece non ascoltiamo le emozioni è come se mettessimo in atto comportamenti slegati da noi, automatismi che a lungo andare alimentano disagio e malessere.
Tutto questo non risparmia te, donna che ti ritrovi ad affrontare il problema dell’infertilità. Attraverso la respirazione consapevole, esperienze guidate, la relazione empatica, lo psicoterapeuta dunque può aiutarti ad ascoltarti. Questo dunque il primo passo per accompagnarti verso te stessa.
 
Il passo successivo, dopo esserti data la possibilità di ascoltarti e sentire, è amarti.
Cosa vuol dire? Accertarti per quello che sei, per quello che provi, cercando di non giudicarti, di non giudicare i tuoi bisogni, desideri e pensieri. Detto così sembra facile, in realtà è cosa molto complessa.
Tu mi dirai “ti sembra facile?”
No, non è facile, è molto impegnativo ma non impossibile.
Fin da piccoli cresciamo in un ambiente con determinate regole culturali, sociali, morali e chi più ne ha più ne metta. In questo ambiente, in primis con le figure genitoriali, ci insegnano e impariamo a muoverci nel mondo, ma soprattutto costruiamo il nostro personale modo di stare al mondo e con gli altri, attenti a preservare l’amore di chi si prende cura di noi. A quel tempo essere amati dalle figure di riferimento vuol dire sopravvivere, dunque tutto ciò che impariamo a fare e il modo in cui lo facciamo sono importanti per la nostra sopravvivenza.

Ci insegnano e impariamo ad esempio che solo i deboli piangono.
Che se piango, mamma e papà si arrabbiano e non mi vogliono più bene.
Che se sono triste, mamma è triste.
Che se mi arrabbio, mamma e papà si arrabbiano più di me.
Che quando sono arrabbiato, è meglio piangere, invece di gridare.
Che quando sono triste, è meglio ridere altrimenti resto sola.
Che è inutile esprimere ciò che proviamo, tanto nessuno ci darà ascolto.
Ci insegnano ed impariamo che dobbiamo essere forti a tutti i costi, altrimenti gli altri ci calpestano.
Impariamo che non dobbiamo essere fragili, perché fragile è come dire sconfitta.
E così via.
Volendo andare un poco avanti nel ragionamento, la faccenda si complica ulteriormente, poiché può succedere che emergano anche pensieri, emozioni, sentimenti, bisogni e desideri contrastanti, e che questo contrasto venga vissuto come un conflitto inaccettabile dalla persona, o meglio, da ciò che la persona ha imparato fino a quel momento. Succede che ci si allea con una sola parte e si lascia che questa domini sulle altre, le quali tornano sullo sfondo e allo stesso tempo continuano a chiedere di essere ascoltate.
Interessante e curativo invece è lasciare che tutte le parti dialoghino tra loro fino a quando la persona non trova una sintesi, qualcosa che le piace e che la aiuti ad affrontare il problema in modo funzionale.
Nello specifico, capita spesso che il desiderio di maternità sia legato alla paura dei cambiamenti di vita, del corpo, della relazione con il partner, ma che ci si senta in colpa per il fatto di provare paura. Oppure può capitare che ci si senta sole ed arrabbiate e di non volerlo ammettere a se stesse, perché questo vorrebbe dire accettare di avere un problema o di pesare sugli altri.
Può capitare che ci si senta forti e non accettare che a volte si può essere fragili e di quanto possa essere importante accogliere la propria fragilità, per potersi appoggiare e riposarsi con qualcuno.
Può capitare che ci senta sole e che non ci si permetta di chiedere aiuto, poiché farlo sarebbe come a dire di aver perso.
Può capitare che ci si senta sbagliate e difettose, quasi innaturali da non poter condividere con nessuno il proprio dolore.
Succede che ci si senta stanche di lottare, e che in qualche modo si continui a mostrare i denti, poiché deporre le armi sarebbe come non rialzarsi più.
Succede che si senta l’invidia e che questa non venga riconosciuta perché moralmente inaccettabile.
Succede che ci si chiuda in un mondo fatto solo di analisi, visite, terapie e che un “problema di infertilità” diventi una vera e propria guerra contro se stesse e contro tutti coloro che dal nostro canto ostacolano la realizzazione del sogno di maternità. È così che un problema di infertilità può dilagare ed inglobare tutta l’esistenza della persona. Non più una difficoltà da affrontare, ma un’intera vita che diventa infertile, quasi non degna di essere vissuta

Da questo punto di vista lo psicoterapeuta ti aiuta ad accogliere tutto ciò che arriva e soprattutto lasciare che questo emerga, per non far si che si blocchi nel corpo. 

Aiutarti ad amarti dunque è il secondo importante passo, per accettare verso i tuoi bisogni e desideri.

A cosa serve esprimersi?

Dopo essersi ascoltati ed amati e cioè dopo aver riconosciuto ed accolto le proprie emozioni è importante esprimere e lasciare che queste esistano come motore dal quale far partire i nostri comportamenti.
Dunque, cosa faccio con quello che provo?
Mettiamo il caso che provo paura. La paura ci segnala il bisogno di protezione e rassicurazione.
Se mi amo ed accetto di provare paura, attraverso il lavoro psicoterapeutico integro i conflitti interiori arrivando a scegliere cosa voglio fare con questa emozione.
A questo punto ad esempio se prima mi giudicavo perché avevo imparato che provare paura è da codardi, ora invece scelgo di esprimere la mia paura e il desiderio di essere rassicurata da qualcuno. In questo modo, ti ascolti, ti ami, ti esprimi e chiudi il tuo bisogno organismico.
E spesso la sensazione che si prova è di leggerezza, di calma, di pienezza.
E se questo non succede, che fine fa la tua paura, la tua rabbia, la tua tristezza, il tuo disgusto e così via? Che fine fanno tutte le emozioni non ascoltate, accolte ed espresse?

La fantasia che mi faccio è che restino nel corpo e che col tempo si cronicizzino portando ad un irrigidimento dell’organismo.
Può questo irrigidimento ostacolare la riuscita dei percorsi di fecondazione assistita?
A questa domanda non voglio dare risposta, non ci sono a disposizione dati scientifici sostenibili a riguardo, al tempo stesso però, ascoltandoti, amandoti ed esprimendoti migliorerai la tua qualità di vita, molto probabilmente l’ansia e lo stress si ridurranno in maniera consistente, il tuo corpo si rilasserà e il modo in cui affronterai il percorso sarà comunque in salita, ma avrai più strumenti per camminarci sopra. Questo si.
Non è un caso che dopo aver attraversato un po’ di dolore, le persone si sentano più rilassate. Attraversare le emozioni però non è facile poiché spesso hanno a che fare con il guardare in faccia la realtà e questa a volte non ci dice cose che ci piacciono.
Quello che ci viene più facile fare dunque è evitare il dolore, la paura, la rabbia, la tristezza e a volte anche la felicità.

Evitare per fingere di non soffrire.
Evitare funziona fino a quando non arriva il sintomo che sia ansia o stress.
Evitare fino a non voler sentire la tua fragilità e continuare a dire “vincerò questa guerra”, non accorgendoti che stai combattendo contro te stessa e contro parti di te che più che condannate forse chiedono di essere ascoltate, amate ed espresse.
E allora forse più che combattere, lo psicoterapeuta può aiutarti a deporre le armi, sostenendoti nel tuo impegnativo percorso esistenziale.
Deporre le armi non vuol dire perdere. Deporre le armi è attraversare te stessa, con gratitudine e accettazione.
Deporre le armi fare alleanza con te stessa.
In questo caso, deporre le armi aiuta a stare meglio. E’ vincere.

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