Fabio Specchiulli

Il tempo e il benessere: dalla città europea al villaggio africano. Contarlo o viverlo?

Non ho tempo, Sono in ritardo, Devo scappare. Quante volte ci è capitato di sentire queste frasi? Quanti sguardi spezzati, quanti discorsi lasciati a metà, quanti incontri bruciati dalla fretta; sempre

di corsa, sempre indaffarati, sempre alla ricerca di scale dove poter salire, scendere per poi risalire.

Dove stiamo andando? Dove vogliamo arrivare? Probabilmente non sappiamo neppure cosa ci aspetta al traguardo, ma continuiamo a correre e a guardarci dietro, senza riconoscere la strada percorsa. La velocità con cui ci muoviamo non ci per- mette di fermarci un attimo ad apprezzare lo

splendore del sole. Il presente sembra non esistere. È una dimen- sione di passaggio, le idee nascono e sono imme- diatamente proiettate nel futuro, nelle ansie, nella ricerca di appagamento di lancette isteriche che si muovono ininterrottamente. Tutto scivola via e non c’è possibilità di ritorno poiché, nel frat-tempo, si ha già qualcos’altro da fare. «Hanno tutti fretta. Che cosa cercano? – chiede il Piccolo Principe al controllore –. «Non si è mai con- tenti di dove si sta. [...] Non inseguono nulla» – risponde il controllore – anelando all’immagine dei bambini che «schiacciano il naso contro i vetri». Abbiamo tutto ciò che ci serve, è vero, eppure siamo frustrati, vogliamo sempre di più, forse per- ché l’importante è avere e non essere, non sappia- mo cosa vogliamo, ed è questa inconsapevolezza che ci spinge a cercare senza mai riflettere se ciò che stiamo cercando è davvero importante. Cerchiamo in tutti i modi rimedi e soluzioni per risparmiare tempo, ma nella ‘piccolezza’ della gente africana riemerge la saggezza di camminare «adagio adagio verso una fontana», di dirigersi lentamente verso l’essenziale. «Per secoli sono stati i ritmi della natura, il rego- lare ripetersi dei fenomeni a dare la misura del tempo. Giorno e notte, primavera, estate, autunno e inverno, alta e bassa marea, alba e tramonto, le fasi della luna»; si aveva la possibilità di pensare, meditare. Si aspettava pazientemente il giusto tempo per intraprendere ogni sorta di attività. Oggi il tempo razionale e calcolabile risiede sui nostri polsi. I minuti possono essere calcolati, piani- ficati e gestiti. Appuntamenti su appuntamenti, agende strapiene di impegni; disperati, ci sforziamo di padroneggiare lo scorrere del tempo, con la paura di perderci sempre qualcosa, così paradossal- mente la mancanza di tempo è diventata uno status symbol: meno ne abbiamo, più siamo apprezzati. Si rischia così di vivere nella costante delusione e frustrazione di voler fare molto di più e, non riuscendo a soffermarsi sulla semplicità degli eventi, non ci si accorge dello sgretolamento delle relazioni. «L’uomo non rinuncia al tempo. Non vuole, non sa e non può rinunciarvi. Ma se in qualche angolo del pianeta è andato più vicino a questa rinuncia è in Africa». Quando si parla del ‘mal d’Africa’, della nostalgia delle origini, penso al desiderio che questa terra alimenta sulle possibilità dell’uomo di riappropriarsi del proprio tempo. Noi uomini del progresso, creatori e vittime della modernità, ci tro- viamo catapultati nella tranquillità, lontani dagli stress cittadini che affliggono le nostre menti. «In un’epoca scossa da tanta frenesia, l’Africa vuole insistere su un tasto dimenticato: non è l’azione che muta il mondo, ma la conoscenza», quella conoscenza lenta, riflessiva, che scende nel profondo, che ti permette di percepire i particolari e cogliere il senso delle azioni. Ancora una volta, il cuore ripercorre l’esperienza vissuta: il volto di Abhram, il suo corpo vecchio, sdraiato sotto l’albero di mango, non parla di fine, di stanchezza, di epiloghi, ma di compimento, di pienezza, di speranza. La vita, disegnata sulla sua pelle, nei suoi movimenti lenti, nelle sue poche parole. Lo sguardo profondo, brevi sospiri, l’essenza di un percorso battuto dalla riflessione, dalla medit-azione. Spesso rifuggiamo i tempi vuoti, i tempi morti perché abbiamo paura che ci urlino la nostra povertà; così anche il tempo libero è riempito di attività, di movimento, di impieghi; nell’ansia dell’efficentismo «le perdite di tempo vanno ridotte al minimo e così, accorciando o annullando il tempo dell’attesa, rischiamo di alterare il significato delle nostre azioni. L’Africa ti riconsegna più o meno dolcemente alla verità e alla libertà del tempo lasciandoti scoprire che, risparmiando tempo, in realtà si risparmia in umanità. La vita diventa più fredda, povera, uniforme, perché – dice Momo – il tempo è vita. E la vita abita nel cuore. Più gli uomini risparmiano tempo, meno ne hanno. Il tempo vero, quello che libera, è quello dell’incontro. A Wansokou non esistono telefoni, né televisori, poche le radio. Esistono gli incontri e, nel momento in cui ci si incontra, tutto ciò che si stava facendo passa in secondo piano. Continuavano a ripetermi: «Se ci siamo incontrati ci sarà un motivo» e mi chiedevano da dove venivo, cosa facevo, se avevo una famiglia. Le ore passavano così, all’ombra del mango di fronte alla missione. Non avevamo orologi, né appuntamenti da assolvere. Il mio sudore aveva lo stesso sapore di chi mi stava affianco. L’intreccio tra tempo e silenzio dava la possibilità alla verità di emergere chiara e incisiva. Una volta un anziano, vedendo lo strano oggetto che avevo al polso, con aria incuriosita mi chiese: «Cos’è?». «Uno strumento per misurare il tempo, per sapere che ora è», e continuai a fare esempi notando la sua estraneità alla cosa. Alla fine mi sorrise dicendomi: «Voi il tempo lo misurate, noi lo viviamo». Imparai a fare a meno dell’orologio e tentai di comprendere cos’è il tempo per un africano. È lo spessore degli eventi a dare senso al tempo: si vive nel presente, negli eventi che stanno accadendo, e si viene dal passato, dagli eventi che sono già accaduti. Tutto ciò che non ha avuto luogo viene incluso nella categoria del non tempo. Ciò che sta accadendo nel qui e ora inonda inevitabilmente il futuro, ma l’importante è che abbia preso corpo nel passato e nel presente. Progetti a lungo termine spesso non esistono, ma il tempo è sperimentato, vissuto, segnato dall’esperienza quotidiana e dai fenomeni naturali. L’uomo, quindi, non è schiavo del tempo, ma la modalità di vivere gli attimi, i giorni, le stagioni imprime il senso del suo essere al mondo. C’è il tempo dell’Harmattan, il tempo del caldo, il tempo delle prime piogge, il tempo della semina e quello della raccolta. È la persona a sentire e aver cura del suo tempo. Ancora una volta, la saggezza di una bambina ci ricorda che «gli orologi non sono che imitazioni molto imperfette di qualche cosa che ogni creatura umana ha nel proprio intimo. Perché come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo, ma purtroppo ci sono cuori ciechi e sordi che, anche se battono, non sentono». La gente – dice DeLillo –, ha smesso di pensare all’eternità e al mistero perché anche il futuro rischia di essere previsto dai calcoli dei mercati e degli investimenti produttivi. Il tempo intriso di esperienza vissuta riannoda i fili dell’eternità e le restituisce valore. Tutto ciò che è passato continua ad essere presente nella quotidianità. Il passato è un tempo con cui bisogna dialogare, intrattenersi, accogliere sempre nel proprio oggi per continuare a imparare e vivere saggiamente. Il senso di una memoria che non mostra le rughe, ma le pieghe di una bellezza antica ed eterna.

 

DELILLO, Cosmopolis, Einaudi, Torino 2003.

DE SAINT-EXUPÉRY A., Il Piccolo Principe, Bompiani, Milano 2000.

ENDE, Momo, Longanesi, Milano 1984.

FABIAN J., Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia, Ancora del Medi-terraneo, 2000.

JUNG M., Il Piccolo Principe in noi, Edizioni Ma.Gi, Roma 2002.

ROBERT A. C., L’Africa in soccorso dell’Occi- dente, EMI, Bologna 2006.

 

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