Fabio Specchiulli

Il tempo e il benessere: dalla città europea al villaggio africano. Il dono dell’imprevisto

 Sono nel pick-up, all’improvviso un temporale ci costringe a fermarci. Arrivati a Tipetì suoniamo il clacson. Ci rifugiamo in una chiesa. Non c’e’ nessuno, continua a diluviare. Penso che arriverà presto qualcuno. Un uomo si avvicina e saluta; è seguito da un giovane e da un bambino completamente nudo. Ci fa omaggio delle sue arance e ringrazia la terra che gliele ha donate. Non ci aspettavano, ma il tempo apre le sue porte a nuove scoperte. L’imprevisto, il non programmato, il non atteso viene spesso rifiutato da una mente rigida e calcolatrice. Eppure è solo in questo momento che il dono erompe in tutta la sua gratuità e viene assaporato fino in fondo nella sua essenzialità. In Africa sperimenti il senso più alto dello stupore e della meraviglia, non tanto per i paesaggi mozzafiato, per i tramonti incantevoli o gli animali tropicali, ma per i gesti carichi di umanità che si incastonano nell’attimo vissuto. Di frequente, nell’esperienza africana ci si confronta con la possibilità di lasciarsi interrompere dagli eventi. Un’auto che va in panne, una strada non percorribile, un fiume straripato, una persona che ti chiede un aiuto e sei costretto a deviare. In questi frangenti. Nello scontro tra le ‘pre-tese’ e le attese, tra le richieste alla Vita e le accoglienze della Vita, sgorga il senso dell’essere con gli altri e per gli altri. Quando programmi e calcoli il tempo sembra che la vita sia nelle tue mani, sei tu che la gestisci e la governi a tuo piacimento, nell’artificio di rendere le giornate più lunghe di ventiquattro ore, e di restringere e ampliare il tempo a seconda del compito che hai da portare a termine. Nell’attesa e nell’accoglienza dell’imprevisto ti accorgi che serve a ben poco misurare, prevedere, anticipare, correre perché ci sarà sempre un margine di mistero, indicibile, inafferrabile. «Le misure del tempo sono di ben poco significato. Tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità e un’altra, invece, passa in un attimo [...] dipende da quello che viviamo in quest’ora», il volto che incontriamo, l’odore che sentiamo, i suoni che udiamo. «Perdendo il gusto degli intervalli, quella piccola esperienza del vuoto, l’uomo perde il contatto con ciò che sta più in là e più in profondità, perde lo stupore per la vita e per l’universo per dedicarlo solo all’ultimo scandalo di qualche star». La sosta, l’attesa, il vuoto di una fantomatica assenza di tempo non si fa più sinonimo di perdita di tempo. Perduto – dice Bonhoeffer – è solo il tempo nel quale non abbiamo vissuto come esseri umani, fatto esperienze, imparato, creato, goduto e sofferto. L’Africa non solo ti fa dono del suo senso del tempo, ma ti chiede anche il senso del dono del tuo tempo. Il donarsi abbisogna di un tempo dilatato, non conteggiato, di ampio respiro, lungimirante. L’icona del Buon Samaritano ci ricorda che «l’aver cura va oltre l’immediatezza del bisogno presente, ma investe per il futuro, per un tempo che non può essere il mio tempo e che quindi non posso ipotecare. Il tempo dell’altro che incontro come tempo del bisogno acquista per me il senso di una temporalità che, convocandomi, mi oltrepassa e in questo superamento il tempo dell’altro si produce come il risultato di una gratuità». Ritorna il senso di perdersi nei sentieri della vita, di esserci, di far sentire la propria tra la gente, tra i poveri, di «essere restituiti alla strada e alla nudità casuale delle persone [...], di imbattersi in chi non t’aspetti, di lasciare aperta una fessura nel quotidiano sapendo che la sorpresa può entrare anche dalle porte strette». La persona che dona e che si apre al dono non può che contrapporsi all’homo currens che rischia di perdere «l’attenzione all’altro, quel legame che si mette sempre di traverso sulla strada diretta e più veloce, quella passione, quella cura e quella tenerezza che vengono dal non avere solo scopi, ma anche sentimenti, dal non avere solo concorrenti, ma anche amici, legami». 

 

 

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