Fabio Specchiulli

Test di gravidanza: come gestire l’ansia dell’attesa

In un percorso di fecondazione assistita, uno dei momenti vissuti con maggiore ansia dalle coppie e dalla donna in particolare, è il periodo che va dal transfer (trasferimento degli embrioni in utero) al ritiro degli esami beta-HCG, i quali ci dicono se è in atto o meno una gravidanza. Molte donne e anche alcuni uomini riferiscono di vivere questa attesa con un forte senso di impotenza dovuto al fatto che, se fino a quel punto si è potuto fare tutto il possibile per affrontare il problema, in questo momento resta solo da aspettare che la natura faccia il suo corso.

È questo il periodo in cui possono arrivare i sensi di colpa (Avrò fatto tutto in maniera giusta? Mi sono affaticata troppo? Non era meglio stare immobile nel letto?) come se l’attecchimento dell’embrione dipendesse dal totale controllo dei comportamenti della donna.

Tutta la comunità scientifica è in accordo sul fatto che, dopo il trasferimento degli embrioni, la donna può continuare a vivere una vita abbastanza “normale” e cioè può fare tutto quello che faceva prima senza affaticarsi tanto e che quindi, l’attecchimento dell’embrione non è dovuto a quello che la donna fa. A supporto di ciò, basti pensare che molte gravidanze spontanee vengono riconosciute alcuni mesi dopo dal concepimento senza che in questo periodo la donna abbia messo in atto particolari accortezze. Se da un lato questi dati vanno a vantaggio della donna, la quale può sentirsi sollevata da una grossa responsabilità, dall’altro molto spesso questa si ritrova a vivere un vuoto in cui è difficile stare. In questo vuoto emergono vissuti emotivi forti quali paura, rabbia, tristezza che più si cerca di evitare è più irrompono prepotenti. Quando questi vissuti non vengono ascoltati possono trasformarsi in pensieri ossessivi, e la gravidanza diventa l’unico fulcro importante dell’esistenza.

Cosa fare dunque?

Continuare a coltivare tutti gli aspetti della propria esistenza è importante. Incontrare gli amici, svolgere le attività dalle quali si ha gratificazione. Non è indispensabile sospendere il lavoro. Fare delle passeggiate, leggere un libro, guardare un film, prendersi cura di se stessi e del proprio partner.

Ci si può concedere un tempo per rilassarsi attraverso degli esercizi di respirazione. 

Insieme a tutto questo sarebbe utile concedersi degli incontri con un professionista, in cui essere aiutati a riconoscere ed esprimere tutto ciò che ci disturba. Uno spazio emotivo che permetta accoglienza, ascolto, contenimento e sostegno con l’acquisizione di strumenti per affrontare le possibili difficoltà che si possono presentare.

Importante è dare voce all’emotività che resta sommersa per evitare che emerga violentemente nei momenti critici creando situazioni di difficile gestione. La possibilità di esplorare i propri vissuti emozionali, quali tristezza, rabbia, ripercussioni sulla relazione di coppia e di riconoscerli come normali e comuni, e da questo partire per un’elaborazione, permette un più consapevole atteggiamento nei confronti della terapia e dei medici e uno strumento per affrontare gli eventuali fallimenti.

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