Fabio Specchiulli

Infertilità e in-Fertilità. Oltre la gabbia delle parole

“Come mai sei qui?
Sono infertile.
Cioè?
Non riesco ad avere figli.
E quindi?
Mi sento angosciata e arrabbiata, sola.
Se ti va, parlami della tua angoscia, per me è molto più interessante di quella che chiami infertilità.”

Le parole sono importanti. Sono molto di più di un’accozzaglia di lettere, perché se pure fossero solo una banale disposizione di lettere, una accanto all’altra, questa non sarebbe così banale, bensì meticolosa e puntuale.

Le parole sono importanti. Sono molto di più di una banale, meticolosa e puntuale disposizione di lettere una accanto all’altra. Le parole sono suono, tempo, melodia, ritmo, pause.
Le parole sono universi sonori dentro i quali si nascondono esistenze che spesso hanno perso parole per essere raccontate.
Vedi allora, le parole sono molto di più di un'accozzaglia di lettere, eppure le trattiamo con sufficienza e le usiamo maldestramente, non curanti delle conseguenze che possono provocare.

Perché vedete, non si tratta di elargire dolori o gioie. Sia nell’uno che nell’altro caso, le parole non sono petali leggeri che lentamente scendono sulla terra. Le parole sono piuttosto pietre che arrivano e colpiscono dritto il corpo, il cuore, la carne di chi se le vede arrivare in faccia.
Le parole sono come schiaffi per chi le ascolta. E come pietre lasciano un solco, un peso nella memoria.
Le parole colpiscono così forte che ci penetrano, e noi a volte ci identifichiamo nel loro limitato significato fino a diventare proprio quel significato.
Un’infinità di possibili comportamenti diventano quella parola, o meglio il significato che abbiamo dato a quella parola.
Un’intera, complessa e meravigliosa Persona diventa una parola mal pronunciata da chissà chi.

Un giorno qualcuno ti dice che sei infertile o addirittura sterile.
Ti chiedono una isteroscopia per vedere il tuo utero o un esame per verificare la funzionalità delle tube e ancor prima di sapere, così per prevenzione, sul foglio di accettazione c’è scritto “causa sterilità”.
Perfino il portiere in ospedale sa che le “donne infertili” vanno al secondo piano, magari accanto al reparto maternità.
Diventi un numero nelle sale d’aspetto perché non si può dire che si hanno difficoltà a restare incinti e quando arriva il proprio turno si sente una voce squillante che grida: “coppia numero due!”

E tu ti domandi, “cosa vuol dire infertile? Che non potrò avere mai figli? Che il mio corpo fa schifo? Che sono difettosa? Che non funziono bene? Che non sono degna di essere madre? Che le mie ovaie sono marce? Che non produco ovuli buoni? Che il mio utero è vecchio, spinoso e malconcio? Che ho solo 35 anni ma sono già in menopausa? Che il mio compagno ha pochi spermatozoi lenti e deformati, o non ne ha proprio, che sono talmente stressata che non riesco a concepire? Che ho problemi endocrinologici? Che ho un problema con il mio partner? Che soffro di vaginismo? Che il mio partner soffre di disfunzione erettile o da mancata eiaculazione? Cosa vuol dire?”

Niente di tutto questo o forse tutto questo ma non importa.

Infertile è una parola usata per riassumere in breve complessi fenomeni che succedono in una persona, in relazione con se stessa, con il proprio mondo emotivo, con le proprie credenze e contraddizioni inaccettate e spesso implicite, con il partner, con il mondo, con la sua storia familiare e con il suo contesto sociale e culturale in un determinato momento della sua vita.
Un riassunto che condanna, una menomazione, un’intera esistenza che improvvisamente, da un momento all’altro risucchia le persone nel vortice della diversità.
Infertilità è una parola che blocca, che non dà la possibilità di vedere vie d’uscita.
Infertile è una condanna dettata da chi la usa per mancanza di tempo.


E inizi a cercare le risposte che arrivano vaghe, probabili, senza certezza alcuna. L’unica certezza è che SEI INFERTILE, e da quel giorno inizi a costruire la tua quotidianità attorno a questa parola è così lentamente, diventi quella parola.
Ti identifichi talmente tanto che alla domanda: “chi sei?” vedi un’unica risposta possibile: “sono Giovanna e sono infertile”.

Ed è così che ti senti, vuota, come la terra secca dal quale non possono nascere fiori. Spenta, come l’inverno che non può dare luce. Stanca, in continua lotta contro te stessa. E ti rifiuti, e spesso rifiuti chi ti circonda, costruendo giorno dopo giorno la tua vita attorno al significato che hanno dato e dai a questa maledetta parola.
Fino al punto che ti senti prosciugata di ogni tipo di energia. Fino al punto che tu pianta non hai più acqua da attingere e appassisci.

Le parole sono importanti, e a volte un piccolo trattino tra “in” e “fertilità”, può cambiare le cose.
In-Fertilità e cioè verso la fertilità, verso una nuova forza generatrice, verso la costruzione del proprio percorso esistenziale. Una nuova parola che crea movimento, che richiama alla responsabilità del proprio esistere e cioè della costruzione di nuove abilità per rispondere agli eventi della vita che non sempre sono piacevoli.
In-Fertilità come una storia da scrivere e ri-scrivere, dove il viaggio acquista più valore della meta, dove non esiste una meta finale ma tante piccolissime mete delle quali fare tesoro.
Come persone uniche, speciali ed irripetibili. Da celebrare.
Questo è quello in cui credo come Persona. Come psicoterapeuta della Gestalt è quello che cerco di fare quando qualcuno mi chiede aiuto.
Una nuova prospettiva, infinita trasform-azione creativa intesa come azioni che trasformano una quotidianità vuota in un vuoto che si fertilizza di possibilità.

Le parole sono importanti, talmente importanti che a volte per incuria di qualcuno, diventano un’accozzaglia di lettere capaci di dirigere il destino delle persone.
Come sempre sta a noi scegliere dove vogliamo andare, come e con chi.

E allora buona strada ad ognuno lungo il cammino impegnativo della propria in-Fertilità.

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell’in-fertilità

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