Fabio Specchiulli

PER UNA VISIONE E UNA PRATICA UMANA DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

PER UNA VISIONE e UNA PRATICA UMANA DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

Per quanto voi vi crediate assolti
Siete per sempre coinvolti (F. De Andrè)


Scrivendo questo articolo ho intenzione di realizzare due desideri e di raggiungere un obiettivo.
Il primo desiderio è fare chiarezza sulle azioni che a mio avviso può svolgere lo psicologo dentro e fuori le cliniche di fecondazione assistita; l’altro è iniziare a diffondere, anche per questa tematica così intima e delicata, la cultura del ‘prendersi cura’ intesa come la possibilità di momenti in cui importanza primaria viene data alla “relazione empatica tra operatore e coppia”.
Da questo punto di vista, penso alla costruzione di spazi per un’accoglienza emotiva che parta fin dal primo momento in cui una coppia entra in una clinica di PMA, che continui durante tutto l’eventuale percorso e termini solo quando la porta si chiude alle spalle.
Con un unico obiettivo, aiutare le persone a ridarsi dignità.
Per fare questo occorre l’assunzione di responsabilità degli psicologi e psicoterapeuti, dei medici, dello Stato e non ultimo dei pazienti. Ecco a cosa possiamo aspirare.
Come psicologo e psicoterapeuta voglio diffondere anche politicamente e istituzionalmente la cultura del ‘prendersi cura’ della Fertilità, dell’IN-Fertilità e dei percorsi di fecondazione assistita, condizioni esistenziali che danno pene non indifferenti per l’anima umana e di cui ancora oggi non ci prendiamo cura abbastanza. Voglio io stesso conoscere nuove strade da proporre per migliorare le esistenze coinvolte ed insieme ad altri colleghi fare rete per essere ancora più incisivi. Mi preme rivendicare la visione olistica dell’essere umano che oltre a puntare al risultato della ‘cura’, pone l’importanza sul ‘come’ questa viene proposta e somministrata; in più, il ‘come’ diventa parte fondamentale per la riuscita della ‘cura’ stessa. Voglio apprendere nozioni mediche della materia in modo tale da comprendere davvero il contesto in cui mi trovo ad adoperare senza innalzarmi a conoscitore della mente umana, ma piuttosto abbassandomi accompagnando il paziente, il medico e tutta l’equipe nella co-costruzione di strade percorribili per una migliore qualità di vita. Voglio portare alla luce tutte quelle ricerche che mettono insieme la psicologia, la medicina, l’endocrinologia, la fisiologia e di come un certo tipo di psicoterapia può non solo sostenere momenti di ansia e stress, ma affiancare il vero e proprio processo di ‘cura’ della persona e quindi anche della sua condizione di infertilità.
Come medico, mi impegno a dare più attenzione alla persona oltre che alla terapia, per creare fiducia con i pazienti, ridurre i drop-out e quindi aumentare le possibilità di cura, e diminuire i conflitti le denunce, per migliorare la qualità di vita all’interno della clinica con i pazienti e i colleghi d’equipe. Da questo punto di vista, posso anche far finta di non vedere, ma senza scomodare alcuna ricerca tra l’altro esistente, mi basta andare su un qualsiasi forum che tratta il tema per rendermi conto della sfiducia che la maggior parte dei pazienti ha nei confronti dei centri di PMA, visti da un lato come gli unici che possono aiutarli a realizzare un sogno e al tempo stesso come catene di montaggio, venditori di sogni. Se poi invece mi faccio forte dell’idea che sono indispensabile al paziente, e che questo mi permette di comportarmi come mi pare, allora posso anche fare a meno di tutto questo discorso. Voglio incuriosirmi per guardare alle altre strade percorribili in modo tale che le persone non siano solo gameti competenti, bensì complessi sistemi fatti di carne, mente, cervello, emozioni, relazioni.
Come Stato ho il dovere di tutelare la salute delle persone che in me dovrebbero trovare un abbraccio paterno. Ho il dovere di conoscere meticolosamente come si svolge la quotidianità di una persona, di una coppia che affronta la condizione esistenziale dell’IN-Fertilità, e di impegnarmi affinché questa sia vissuta nel migliore dei modi possibili per la propria salute, dei propri cari e della comunità. Per fare questo ho uno strumento potentissimo, le leggi. Se solo volessi potrei davvero cambiare il corso degli eventi.
Come paziente, ho il diritto di riprendermi appunto la dignità di essere umano e lasciare andare la sensazione di essere trattato come una macchina difettosa da aggiustare. In un certo modo, in quanto spesso acquirente di una cura voglio pretendere la qualità dei servizi alla Persona oltre che alla patologia e che questi non siano più legati solo a tecnicismi di laboratorio. Voglio pretendere di essere accolto nella mia meravigliosa complessità, perplessità, fragilità, paura, tristezza, rabbia, agitazione senza che nessuno mi dica cosa è giusto o non è giusto fare, senza nessuno che mi faccia sentire un ficcanaso o un presuntuoso perché faccio domande sulle terapie. Semplicemente voglio essere ascoltato e non giudicato. Voglio incontrare persone che possano dedicarmi tempo per capire meglio, per avere più chiara la condizione in cui mi trovo e che mi spieghino tutte le strade percorribili e non solo quelle che fanno perdere meno tempo agli operatori. Come paziente voglio riprendermi me stesso e sentirmi parte attiva di scelte per il mio corpo, la mia mente e la mia salute, perché se da un lato le cliniche sono indispensabili per la realizzazione del mio sogno, dall’altro è importante che si adeguino vista la quantità e la qualità di offerta.
Voglio potermi assumere la responsabilità per la mia vita.
Tutto questo ad oggi è praticamente inesistente.
I medici non hanno né il tempo, né le competenze per poter accogliere i pazienti nei loro vissuti emotivi e psicologici. Giustamente sono impegnati nel lavoro di ricerca per personalizzare le terapie e negli interventi che giornalmente li vedono in prima linea. Allo stesso modo le infermiere e le ostetriche, sono impegnate in altre mansioni.
Anche se la legge obbliga la presenza di uno psicologo all’interno dell’equipe della clinica che si occupa di infertilità e fecondazione assistita, in realtà questa figura resta sullo sfondo, perlopiù assente nel centro, ed emerge spesso solo nel momento in cui ne viene fatta esplicita richiesta dalla coppia che il più delle volte nemmeno conosce cosa fa uno psicologo/psicoterapeuta e come potrebbe aiutare. Ci si limita ad inserirla nel sito o su un foglio nelle sale di aspetto. Addirittura, a volte, i pazienti ricevono una chiamata da un professionista che non hanno mai visto né conosciuto.
Lo Stato allo stesso modo, da un lato riconosce l’importanza della figura dello psicologo ma dall’altro non obbliga alle cliniche di averne uno in equipe. Ed è così per la scuola, per gli asili e per tante altre realtà che poi esplodono e di cui ogni giorno sentiamo parlare sui media.
La figura dello psicologo ad oggi è vista e conosciuta sia dai pazienti ma anche da molti medici e psicologi stessi solo ed esclusivamente come sostegno psicologico o psicoterapia per affrontare l’ansia e lo stress e quindi come supporto fuori dalla clinica. Ed è per questo forse che risulta essere inesistente nel centro durante tutti gli altri importanti step del percorso, caratterizzati comunque dall’impegno fisico, emotivo e psicologico.
Di seguito dunque cerco di riportare la mia idea sulla figura dello psicologo e dello psicoterapeuta sia dentro che fuori una qualsiasi clinica, e sulle azioni che questi possono svolgere per migliorare la qualità di vita dell’ambiente di lavoro, dei pazienti, dei medici e di tutta l’equipe. Mi preme sottolineare che tutto ciò che sto scrivendo è frutto di un’esperienza realmente vissuta in una clinica che si occupa di procreazione medicalmente assistita. Esperienza che ha riscosso l’entusiasmo dei pazienti e della stessa equipe medica e amministrativa.

FASI E AZIONI DELLO PSICOLOGO DENTRO E FUORI DALLE CLINICHE PER LA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

PRIMO COLLOQUIO (dentro la clinica)
Di solito una coppia arriva in un centro per la procreazione medicalmente assistita inviata dal ginecologo di fiducia il quale, dopo un periodo che va da un anno ai due, non essendo riuscito ad aiutarli ad avere una gravidanza, gli consiglia di contattare esperti della materia.
Questo è il primo momento delicato e molti dati riferiscono il 25% dei drop out (abbandono del percorso) dovuti proprio alla mancanza di una relazione soddisfacente e di una comunicazione efficace tra i pazienti e il medico, vissuto come distaccato, poco empatico e con l’attenzione rivolta esclusivamente agli aspetti tecnici. In più, molte coppie riferiscono la sensazione di non sentirsi parte attiva di un processo, poiché raramente viene data loro la possibilità di esprimere pensieri riguardo a ciò che viene comunicato.
Molti pazienti inoltre riferiscono di non sentirsi accolti nelle manifestazioni emotive, spesso caratterizzate in questa prima fase da shock e rabbia.
In questo primo step sono tante le informazioni che vengono date, ma qualcosa sembra non funzionare nel modo in cui vengono date poiché non sempre la coppia lascia il centro con l’impressione di aver compreso.
Molte informazioni date in modo frettoloso generano confusione.
Spesso non si ha il tempo per ascoltare le storie delle persone e queste si riducono ad essere il loro problema, nella fattispecie, gameti, ovaie, uteri, tube, testicoli.
Durante il primo colloquio dentro la clinica la figura dello psicologo e/o dello psicoterapeuta che attraverso lo studio e la ricerca ha maturato conoscenze tecniche e pratiche delle problematiche di medicina della riproduzione può avere una doppia funzione: da un lato affiancare il medico e gli altri membri dell’equipe, aiutandoli a sviluppare competenze per una comunicazione empatica aggiungendole alle già presenti competenze mediche e tecniche, per umanizzare il luogo di lavoro e il rapporto tra medici e pazienti; dall’altro risponde prontamente sia ai bisogni pratici, emotivi, psicologici e relazionali della donna, dell’uomo e della coppia durante le fasi “critiche” del percorso.
Esperienze di tanti anni nella gestione dei centri di fecondazione assistita, infatti, hanno messo in evidenza che la personalizzazione dei trattamenti non va fatta solo aggiustando la stimolazione o certe procedure di laboratorio. La personalizzazione nasce anzitutto dalla comprensione delle soggettività, quindi della diversità di ogni paziente e dei bisogni che ne conseguono.
Ma come facciamo a conoscere la soggettività di una persona se non la ascoltiamo? Se non sappiamo come questa condizione ha influito sulla sua vita, su se stessa, sulla relazione con il partner e sulle sue relazioni sociali?
Può essere una figura di riferimento da questo momento in poi alla quale fare domande e chiedere chiarimenti in qualsiasi momento.
Di certo, nel contesto della clinica e/o del centro, non fa psicoterapia.

PICK UP (dentro la clinica)
Il pick up è un altro momento molto delicato all’interno del percorso. È il momento in cui vengono prelevati gli ovociti dalla donna e l’uomo raccoglie il proprio liquido seminale. È un momento di forte agitazione e paura sia per l’intervento che la donna deve fare, sia per la speranza di trovare un numero sufficiente di ‘gameti competenti’ da poter fecondare e per fecondare. Molto spesso gli uomini non riescono a fare la raccolta del liquido seminale e si guardano attorno cercando qualcuno con cui confrontarsi. In questo momento il medico non ha il tempo materiale per ascoltare paure, dubbi, domande, perplessità, incertezze. Il medico in questo momento è in sala operatoria insieme all’ostetrica. Allo stesso modo il biologo. In più, se tutto va bene, la coppia dovrà anche decidere quanti eventuali embrioni trasferire in utero. Questo è solo uno dei momenti in cui la coppia si ritrova sola nella sala di aspetto con una serie di domande che non trovano risposta. Lo psicologo potrebbe essere lì, una persona e un professionista che hanno conosciuto al primo colloquio alla quale potersi appoggiare.

TRANSFER e POST TRANSFER (dentro la clinica)
Anche il transfer è un momento molto delicato del percorso. È il momento in cui gli embrioni vengono trasferiti nell’ambiente uterino nella speranza che avvenga l’impianto e inizi la gravidanza. Questo è il momento in cui emerge nella donna la paura che tutto possa svanire e che questo possa dipendere da comportamenti sbagliati. Se fino a quel momento la coppia ha potuto avere il controllo della situazione attraverso monitoraggi e terapie, da questo momento e per i prossimi 14 giorni la tecnica non ha più potere. Il medico è sempre in sala operatoria e ha davvero poco tempo per accogliere i vissuti emotivi della coppia perlopiù caratterizzati da speranza e angoscia. È il momento in cui i forum sul tema hanno più visualizzazioni. Bisogna riempire il tempo dell’attesa che diventa lento e infinito. Lo psicologo può aiutare la donna e la coppia nel rispondere alle domande e nel creare spazi di condivisione emotiva. Può insegnare tecniche di respirazione che vadano ad alimentare rilassamento e distensione muscolare.

COLLOQUIO DOPO IL RISULTATO DELLE BETA NEGATIVE (dentro la clinica)
Poche parole. Incontrare la coppia in clinica dopo il risultato negativo delle beta. Questo ci dice che non è in corso alcuna gravidanza.

SOSTEGNO PSICOLOGICO E PSICOTERAPIA (fuori la clinica)
Anche in questo caso è stato scritto e ho scritto tanto. L’essere umano non è il risultato della divisione tra mente e corpo, bensì un complesso sistema di parti che si influenza reciprocamente. La psicoterapia può essere uno strumento importante sia per prevenire, sia per sostenere, sia per curare le persone dalla loro condizione esistenziale dell’IN-Fertilità.
Per saperne di più e conoscere la mia visione potete visitare il mio sito.
www.fabiospecchiulli.it

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell’infertilità

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