Fabio Specchiulli

Costruttori di solitudine

Costruttori di solitudine

Ogni giorno sempre più persone soffrono di solitudine. Oggi più che mai ci sentiamo soli anche se siamo immersi in un numero infinito di contatti. Non stiamo parlando di chi sceglie di trascorrere dei momenti da solo, che a volte può essere importante per riprendere contatto con se stessi. Stiamo parlando di quel sentimento profondo di non appartenenza. 

Con l'avvento dei social network poi tutto questo viene alimentato.   In effetti, abbiamo tante persone con le quali comunicare e questo può succedere davvero. Ad esempio, ci basta un click e possiamo scrivere a qualcuno che vive a migliaia di chilometri da noi; così come possiamo ricontattare un vecchio amico di scuola che non vediamo da decenni. La messaggistica “gratis”, ci permette di essere sempre in contatto con gli altri, eppure sempre più persone lamentano di sentirsi sole.

La solitudine però colpisce anche chi non è dentro a questo sistema. Cosa sta succedendo allora?

La prima risposta che credo opportuno dare, mi viene suggerita dallo psicoterapeuta Paolo Quattrini  che distingue la parola “legame” dalla parola “intimità”.   

Possiamo avere legami senza intimità, e allo stesso modo avere intimità in un rapporto senza avere un legame. Tra fratelli di solito c'è un legame, ma non per forza intimità; e questo può succedere anche tra amici, o addirittura tra i partner. Con il terapeuta c'è molta intimità, ma di solito non c'è un legame. Poi ci sono quelle persone con le quali abbiamo un legame intimo. 

Dal mio punto di vista me la racconto così: il legame ci lega affettivamente a qualcuno con il quale però non sentiamo la possibilità di appoggiarci emotivamente. È come se non ci fosse uno scambio emotivo autentico tra le parti. Sono quei rapporti, anche di amicizia, a cui teniamo ma che restano sempre un po' in superficie. È possibile trascorrere anche momenti piacevoli insieme, ma nel momento in cui finiscono, finisce anche la magia. Sono quei rapporti in cui ci permettiamo solo la parte migliore di noi. 

L'intimità ha a che fare con il guardarsi dentro e sentire di avere la possibilità di condividere con qualcuno ciò che si vede, e di solito vediamo cose che non sempre ci piacciono. È l'ingrediente che lega le persone nella pancia e nel cuore. È il terreno fertile al quale appoggiarsi anche a distanza, poiché in qualche modo si è creato con l'altro un sentimento di appartenenza emotiva e questo è stato possibile poiché entrambe le parti hanno scambiato si la parte migliore, ma anche quella che con difficoltà vogliamo guardare e far vedere. È l'ingrediente che nei momenti più bui, ci porta dritti a quella persona lì e il buio diventa più sopportabile. Sono quei rapporti in cui si può piangere, esprimere le proprie paure, i fastidi, le gelosie. I rapporti nei quali le persone si guardano per quelle che sono, e cioè umanamente imperfette. Amati, nonostante tutto.

Tutto questo ovviamente non è calato dall'alto, ma ognuno di noi è responsabile di ciò che porta nelle relazioni della propria vita. In qualche modo i modelli che ci sono stati imposti e che continuiamo ad imporre ai nostri figli, puntano ad allontanarci da noi. E sono proprio questi modelli che nel tempo sono diventate reazioni automatiche, modi di stare al mondo che, se da un lato ci hanno permesso di sopravvivere fino ad oggi, oggi stesso non riescono più a soddisfare i nostri bisogni più profondi di contatto umano. Sono proprio questi modelli che ci bloccano, allontanandoci prima da noi e di conseguenza dagli altri a cui teniamo.    

Abbiamo una paura fortissima di mostrare la parte peggiore di noi. Abbiamo ingoiato un numero spropositato di “doveri” che ci portano in automatico a nascondere tutto ciò che giudichiamo “non buono”. Viviamo il tempo in cui non è “ok” esprimere le proprie fragilità. Come se nel momento in cui le esprimiamo, immaginiamo di sgretolarci, o diventassimo più attaccabili. Stiamo bene attenti a farci vedere sempre sorridenti e scappiamo dal “dolore”, come se fosse la peste. Ma il dolore non scappa, resta, fino a quando non lo attraversiamo. In più, ci costringiamo a vivercelo da soli. Abbiamo paura della nostra ombra come se appartenesse a qualcun altro. Invece è parte di noi, siamo noi. Per questo mi chiedo dove in ognuno è nascosta la parte peggiore. Per chiedere di esprimerla, dandole dignità. Perché è proprio questa che ci rende umani, e “uguali” a qualcun altro, agli altri.

Si capisce in che modo costruiamo la nostra solitudine? “Perché dovrei avvicinarmi a te e chiederti come stai, se non mi dai mai la possibilità di sentirmi importante?” Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci importanti ed ascoltare qualcuno che sceglie di condividere con noi le proprie “pene” è un modo per farlo. Quante volte abbiamo sentito dire: “Ah, ma lei è sempre sorridente, sembra che tutto gli scivoli addosso. Lei non ha bisogno di aiuto”. Così come allo stesso modo abbiamo bisogno di sentirci ascoltati, non consigliati, solo ascoltati. E per ascoltare occorre essere curiosi, non dei fatti degli altri, bensì di ciò che succede all'altro quando qualcosa succede. Bisogna essere curiosi di ciò che l'altro vede, pensa, sente.

Un legame intimo, dunque, scambia. Nel momento in cui ci rendiamo conto di non scambiare, c'è qualcosa che non funziona. Quante volte ci siamo detti: “io ci sono sempre per tutti, gli altri non ci sono mai per me”. Sarebbe interessante cambiare la domanda in: “cosa faccio io per non permettere a qualcuno di esserci?” Molto probabilmente agli altri arriva solo la parte migliore di noi, e non quella che lascia intendere che abbiamo bisogno di qualcuno. “Perché dovrei avere voglia di stare con te se puntualmente non hai mai una sbavatura? Se ogni volta mi racconti solo della tua vita meravigliosa?” “Perché dovrei vivermi tutta questa frustrazione?” La perfezione non paga. L'idea di perfezione oltre ad essere irrealistica, alimenta la solitudine.

Tornando all'inizio, dunque, non sono tanto gli “strumenti sociali moderni” a renderci soli, quanto invece l'ossessione di dover proteggere l'idea che abbiamo costruito di noi, l'immagine di noi che ci portiamo dentro. La protezione a tutti i costi dell'immagine di noi, anche quando non funziona, costruisce solitudine nelle nostre vite. Il problema non è mostrare su facebook e in altri luoghi la parte migliore di noi, il problema è non avere nessuno al quale e un posto dove mostrare quella peggiore.

Per fortuna arriva il malessere ad aiutarci, come un campanello d'allarme che, se preso seriamente in considerazione, ci porta a costruire strade diverse per stare con noi stessi e gli altri in un modo soddisfacente. Per ritrovarci, in un lungo sospiro liberatorio, nell'amore per sé. 

In verità la tristezza avvicina, come a dire: “insieme in quelle che sono le miserie della vita, inevitabili”.

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