Fabio Specchiulli

Apro gli occhi e non ci sei più. Riflessioni sulla morte improvvisa

Prima o poi tutti moriremo. Questa è l’unica certezza che abbiamo.
Il modo in cui moriremo nessuno può saperlo, non solo, l’atto del morire è l’unica esperienza che non potremo mai fare, poiché quando ci succederà noi non ci saremo. Dunque, l’esperienza della morte che ci è concesso di vivere è la morte degli altri, soprattutto quando per altri si intende le persone alle quali siamo legati affettivamente.

Spesso sento dire: “se proprio devo morire, voglio morire all’improvviso senza sentire dolore”. Certo, in tanti speriamo di addormentarci e non risvegliarci più senza nemmeno accorgerci di quanto sia accaduto, il problema è che di solito la morte improvvisa ha a che fare con un evento traumatico.
Avete mai sentito dire: “è successo un disastro, una tragedia?”
Si tratta proprio di questo, la morte improvvisa è una tragedia che a livello psicologico è devastante.

Per renderci conto dell’impatto, possiamo chiederci: “preferisci che una persona a te cara muoia all’improvviso o dopo un percorso di malattia?”
Probabilmente le reazioni sarebbero diverse e per quanto mi riguarda non avrei alcun dubbio nel rispondere: “meglio dopo che improvvisamente”.
A quanto pare, prepararsi alla morte è importante sia per la persona che sta morendo, sia per i cari che assistono alla sua morte; quando questo non accade, molto spesso le persone che restano in vita subiscono molto violentemente la perdita, tanto più di quando invece hanno il tempo per prepararsi.


Dobbiamo immaginare che nel momento in cui ci viene comunicato che una persona che amiamo e che sappiamo stare bene, che fino a qualche ora prima, a volte minuti, sorrideva e ci parlava, è morta, il cervello va in cortocircuito, subisce uno shock, si blocca.
In quel momento ci blocchiamo cognitivamente ed emotivamente, a volte anche il corpo si immobilizza, a qualcuno succede di svenire. E anche con il passare del tempo, seppure la vita continua, emotivamente e psicologicamente restiamo bloccati a quell’evento. In quel momento non si hanno risposte alle decine di domande che ci sovrastano.

Ci sono studi che mostrano come le persone che hanno esperienza di vivere la morte improvvisa di una persona cara siano più inclini a sviluppare disturbi psicologici e psichiatrici come depressione, manie, disturbi d’ansia, o comportamenti disfunzionali come abuso di alcol o altri tipi di droghe (American Journal of Psychiatry).

Non solo, il tempo per prepararsi non è il solo fattore cruciale; è importante notare “come” ci si prepara. Succede, a volte, di subire le situazioni e non riuscire a trascorrere come vorremmo gli ultimi momenti della relazione con la persona morente.


Oltre alle reazioni emotive inevitabili per la perdita della persona amata quali dolore, rabbia, impotenza e senso di colpa, la morte improvvisa porta con sé altre questioni importanti che chiameremo “situazioni irrisolte”.
In parole povere, irrisolte sono tutte quelle situazioni intra e interpersonali che restano sul cuore e non hanno modo di essere affrontate poiché non si è avuto il tempo per affrontarle o anche se possibile, non siamo riusciti per vari motivi ad affrontare.
Sono tutte quelle parole che avremmo voluto dire e non abbiamo detto, quegli abbracci che avremmo voluto dare e chiedere ma non l’abbiamo fatto, sono tutte quelle volte che avremmo voluto esprimere qualcosa che non ci piaceva e non abbiamo potuto, perfino il rancore, e tutto ciò che giudichiamo come negativo. Sono tutti i momenti felici che avremmo potuto ricordare, le mancanze che avremmo potuto colmare, quella foto che avremmo voluto conservare ma che non c’è stato il tempo di scattare. Sono quei momenti in cui avremmo potuto dire: “mi mancherai, mi mancherà il tuo sorriso, le tue scenate di gelosia e tutto ciò che sei”.
Le situazioni irrisolte diventano il filo che ci lega alla persona persa, un’immensa ombra di rimorso. Sono quelle situazioni che psicologicamente ed emotivamente chiedono di essere chiuse.
Quando non abbiamo il tempo per prepararci alla morte di qualcuno che amiamo, non abbiamo la possibilità di mettere un punto. “A chi dirò tutto questo?” Una domanda che resterà sul cuore.

In che modo dunque possiamo affrontare tutto questo? La risposta è che ognuno di noi trova il modo migliore per sé, a volte ci si riesce da soli, altre volte con l’aiuto della famiglia e della comunità, a volte con l’aiuto della preghiera. A volte tutto questo non basta, perché non bastano i consigli né le frasi di circostanza “devi rialzarti”, anzi ci si sente giudicati e si ha la sensazione di sprofondare sempre di più nelle sabbie mobili della vita. Una via percorribile potrebbe essere chiedere aiuto ad un professionista.

Come psicoterapeuta, mi è capitato spesso di accompagnare le persone in questo percorso di elaborazione così doloroso e al tempo stesso di rinascita. Nessuno potrà ridarci la vita della persona che abbiamo perso, ma recuperare un modo “sano” di relazionarci con lei è possibile.
C’è il tempo dello “sfogo” e il tempo della “trasformazione” passando attraverso la “chiusura di tutte le situazioni irrisolte”.
C’è il tempo dello “sfogo” e il tempo “dell’elaborazione”, sciogliendo i nodi che sono bloccati sul cuore.
L’unico tempo che non c’è, è quello che lasciamo che faccia per noi. Non basta che il tempo scorra, dobbiamo fare qualcosa che possa aiutarci.
Si tratta di ridare vita e respiro a quei dialoghi interrotti e a quelle azioni incompiute, portarli fuori da sé e renderli relazione, perché per quanto la persona che amiamo non è più presente fisicamente, continua ad essere viva nel quotidiano, nelle cose che facciamo, in quello che ricordiamo, nel nostro cuore.

Fabio Specchiulli
Psicoterapeuta della Gestalt
Esperto in psicologia dell'emergenza e psicotraumatologia

Informazioni


Ha bisogno di un consulto o di informazioni? Compila il form, verrai richiamato presto

Downloadhttp://bigtheme.net/joomla Joomla Templates